Babylon: recensione del film di Damien Chazelle con Margot Robbie e Brad Pitt

12 gennaio 2023
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Assordante e silenzioso, eccessivo e irresistibile, Babylon è il nuovo film di Damien Chazelle che recupera temi a lui cari e costruisce un omaggio al cinema con Margot Robbie e Brad Pitt. La recensione di Mauro Donzelli.

Babylon: recensione del film di Damien Chazelle con Margot Robbie e Brad Pitt

Le colline sono ancora deserto, il cinema un bolla chiusa che si lascia andare a feste folli. A Hollywood ancora ci vorrà del tempo prima che diventi realtà. Negli anni ’20 era giusto un sogno per due antenati dei protagonisti di La La Land, che volevano imporsi in quel contesto di pionieri. Sono Manuel (Diego Calva), presto Manny per non indugiare sulle sue origini messicane, e Nellie LaRoy (Margot Robbie), con una patina di francese a occultare natali umili, per una ragazza del New Jersey. Sono due destini, insieme a quello della star di quegli anni, Jack Conrad, interpretata da Brad Pitt, che segnano le tre principali direttrici narrative delle tre ore abbondanti della Babylon vista da Damien Chazelle. Una Babilonia carnevalesca, aperta da un elefante che si arrampica a fatica lungo quelle colline e conclusa con i dei fantasmi su un grande schermo e un’arte, il cinema, capace continuamente di auto generarsi, rendendo immortali i propri divi nel momento stesso in cui li riprende con una macchina da presa.

È tutto smisurato, senza barriere fra realtà e professione, dalle ambizioni ai crolli, dalle rapide ascese spesso casuali, e come tali dalla breve durata, a colpi di eccessi e volgarità. La prima cosa che stupisce, nella magniloquenza febbrile di Babylon, è la sua scorrettezza: linguistica, a colpi di frocio, negro, ebreo di merda e via così, e formale. Liberatorio e divertente nella sua prima parte, quella dedicata al muto, che mette subito in chiaro come si tratti di una dedica al potere sobbollente del cinema, che si lascia andare a ogni eccesso, al vomito e alla defecata inclusa, pur di arrivare a quel momento di lirismo assoluto, a quell’allineamento dei pianeti fra macchina, attore e luce che produce la magia del cinema. Tutta la confusione o i compromessi senza scrupoli rimangono fuori campo.

Un fracasso che sconquassa i momenti in cui racconta il cinema muto e che assume una rilevanza piena quando si contrappone agli improvvisi silenzi, a un andamento che si ribella al rumore bianco e oscilla fra picchi in alto e la quiete assoluta. Babylon è innamorato della vita e di una morte che irrompe come rigeneratrice, quasi a consegnare al pantheon alcune divinità prima di costruirne altre. Il muto è il pioniere sporco di polvere, senza niente da perdere che si gioca tutto per lasciarsi alle spalle un passato infelice e a Babylon ci arriva per cambiare vita. Il sonoro è l’industria, per gli attori più tecnica e meno cuore, l’esplosione dei grandi interessi economici che mettono un freno a tutto, che umiliano la poesia di una lacrima in primo piano facendo emergere anche una voce sguaiata. Il cinema è morto con la parola e poi si tinge di technicolor, il cinema è materia plasmabile frutto dell’infinita combinazione di colori primari

Ci sono un prima e un dopo, ma anche dei resistenti che proverebbero anche a omologarsi, ma restano degli outsider, giocano con freaks e serpenti, demoliscono l’antico regime bianco e anglosassone della California che vorrebbe fare dell’arte e del cinema non più una viscerale necessità primordiale ma un nuovo modello di business per alimentare una società rincretinita. Nellie è regina della bellezza e del cattivo gusto, una Margot Robbie meravigliosa icona di libertà contro ogni freno.

Chazelle gioca a far saltare in aria la materia formale del cinema e ricomporla come con tanti tasselli di Lego, sboccato e irascibile come un adolescente ribelle che prende l’amore come una questione di vita o di morte. Somiglia più alla marziale e dolorosa ossessione di Whiplash, a una tortura fisica come unica via per generare arte, mentre di La La Land mantiene l’ambientazione e il sogno. Sarebbe semplice dire che l’ultima ora potrebbe essere ridotta, che alcune sequenze superano limiti veri o presunti, allontanandosi dal ritmo sbalorditivo di lunghi momenti memorabili, come una giornata di riprese nel deserto o i primi vagiti del sonoro.
Prendere o lasciare, accettare l’esperienza di visione o negarsela per ostinazione uguale e contraria. “Il cinema è un antidoto alla solitudine, lo dobbiamo a chi ci viene a vedere”. Lo dice lo struggente capitano di ventura Brad Pitt/Jack Conrad, e noi vorremmo abbracciarlo, fregandocene della puzza di whisky. 



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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