Ave, Cesare! La recensione del nuovo film dei fratelli Coen

11 febbraio 2016
3.5 di 5
85

Tra i protagonisti Josh Brolin, Ralph Fiennes, George Clooney, Channing Tatum, Alden Ehrenreich, Scarlett Johansson, Tilda Swinton, Jonah Hill e Frances McDormand.

Ave, Cesare! La recensione del nuovo film dei fratelli Coen

Quello che colpisce, di Ave, Cesare!, non è tanto lo spirito anarchico e irriverente dei fratelli Coen. Non è una narrativa tanto esplosa e fuori da ogni regola da risultare quasi scombinata. Non è nemmeno la sintesi, in 109 minuti, di tutto quello che era la Hollywood degli anni Cinquanta: dentro e fuori dai set.
Quello che fa davvero impressione è il ritrovare - assieme ai sandaloni, ai western avventurosi e sentimentali, alle commedie sofisticate, ai musical alla Gene Kelly e alle fantasie acquatiche alla Ester Williams - anche un cinema di stringente attualità.

In questo divertissement metacinematografico, in questo gioco di scatole cinesi che un po' s'incastrano e un po' no, la trama del film che dà il titolo a quello dei Coen (l'Hail, Ceasar! Interpretato dal divo Baird Whitlock/George Clooney) è quella di un tribuno romano che rimane vinto dalla figura di Cristo: e tra qualche settimana nei cinema italiani ci sarà Risorto, che racconta una storia pressoché analoga.
Lo stesso Whitlock, nella trama dei Coen, viene rapito da quel set, e tenuto ostaggio da un gruppo di sceneggiatori comunisti sedotti dal “Capitale” di Carlo Marx e dalla filosofia del loro leader Herbert Marcuse, che in quegli anni insegnava in California. Impossibile non farsi venire in mente il film, attualissimo, che racconta Dalton Trumbo e i 10 di Hollywood.

Cosa vuol dire tutto questo? Che i Coen hanno avuto capacità paranormali, tanto da predire il futuro, sebbene prossimo? O forse, più probabilmente, significa hanno colto talmente in profondità la natura intima, profonda, l'anima del cinema, che rimane immutata e immutabile a quasi settant'anni di distanza? Anche e probabilmente soprattutto nei retroscena che il protagonista Eddie Mannix (realmente esistito e affidato, in una versione di fantasia, a un solidissimo Josh Brolin) deve gestire problemi e mantenere segreti per non spezzare l'incantesimo del grande schermo e dello star system?

Il cinema, per i Coen e per Mannix, è tutto. Tutto quello che si ama, e tutto quello che si odia. È l'unica fede possibile, oltre la religione, oltre la politica, oltre l'economia.
L'Eddie Mannix di Ave, Cesare! è una figura cristologica (su un crocefisso di apre il film, su una crocefissione si chiude): è l'agnello che toglie i peccati da Hollywood, che si fa carico di tutto, che regala la salvezza attraverso i suoi film, che dubita ma alla fine accetta la sua croce fatta dell'intersezione tra industria e arte, che è figlio e diretta emanazione di un padre (il boss dello Studio per cui lavora e che amministra) misterioso e immanente.
È il cinema fatto uomo che prende a schiaffi – letteralmente - le sbandate comuniste e materialiste di Whitlock/Clooney, che si permette di mettere in dubbio il senso e la missione di Hollywood, e i suoi studios sono il suo pagano regno dei cieli in terra.
Anche perché di alternative non ce ne sono: l'unica alternativa di Mannix, la sua tentazione, è il mondo del business senza nemmeno la mascherata dell'arte, è la corporation, è la Lockheed e i suoi test nucleari.

Mannix, così, è l'unica spina dorsale di un film che procede per sketch e balletti di tip tap, risate e vuoti, il trait d'union tra rievocazioni romantiche della Hollywood di ieri e precognizioni di quella del futuro, il collante tra macchiette che richiamano personaggi realmente esistiti e la trama sgangherata e surreale che li fa incrociare, sfiorare, collidere.
Ave, Cesare! è il cinema di oggi visto dai fratelli del Minnesota, quello che ha superato la modernità classica, divorato il post-moderno e che è bulimico, frantumato, scostumato, votato al profitto prima di ogni cosa.
Ave, Cesare! è il cinema più leggero e scanzonato dei Coen: anche se fanno aleggiare sulla storia e le sue ridicole assurdità un pathos spirtual-filosofico che non è però certo quello di A Serious Man, e al quale non credono, in fondo, nemmeno loro.

Perché Joel e Ethan lo sanno. Sanno che anche l'amore per cinema, come ogni fede che si rispetti, non deve diventare né fanatismo né idolatria sconsiderata.
E sanno sul cinema - anche e soprattutto sul loro - si può e si deve scherzare, con sgangherata irriverenza, riportandolo coi piedi per terra, più in basso in tutti i sensi, a sporcarsi tra gli ingranaggi della fabbrica dei sogni.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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