Aspromonte - La terra degli ultimi: la recensione del nuovo film di Mimmo Calopresti

18 novembre 2019
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Un film che cammina sul filo teso tra realismo e favola, sostenuto da due bravissimi protagonisti: Valeria Bruni Tedeschi e Francesco Colella.

Aspromonte - La terra degli ultimi: la recensione del nuovo film di Mimmo Calopresti

I colori, prima di tutto. I colori della terra, del fango, della pietra, degli alberi. I colori della fatica, del lavoro manuale, della campagna. I marroni e i verdi. Così diversi da quelli della città, che coi suoi grigi del cemento o dell'asfalto, sono lontani, e banditi. Colori che tornano anche negli abiti dei protagonisti, e infatti a differenziarsi sono solo l'abito scuro del Prefetto cui la popolazione di Africo, esausta per l'abbandono e l'isolamento, si reca per protestare, e quello altrettanto scuro del Don Totò di Sergio Rubini: tutti e due argine e ostacolo al sogno di civiltà di quei cittadini così orgogliosi e fieri.
Oppure il rosa antico, il rosso o il carta da zucchero indossati dalla maestra leggiadra, svagata e solo apparentemente ingenua arrivata dal nord, che pare quasi, a tratti, una fata turchina.

Da un lato quindi la terra, e chi con e per questa terra vive e muore. Dall'altra una creatura quasi fiabesca.
Da un lato, in estrema sintesi, i due veri e bravissimi protagonisti di questo film, Francesco Colella e Valeria Bruni Tedeschi, non a caso legati in modo tenero e goffo da una storia d'amore forse impossibile, e così timida nell'esprimersi, che è una delle cose più belle di Aspromonte - La terra degli ultimi, e che lì nel mezzo tra realtà e sogno sembra destinata a rimanere
Cammina sospeso tra realtà e fiaba anche Mimmo Calopresti, che a questo film si è dedicato con una passione che è palpabile, e che fa perdonare le (non molte) scivolate e esagerazioni, certe cose un po' troppo televisive e certe altre troppo retoriche; e pure l'invadenza del tutto superflua di un Marcello Fonte che, lontano da Garrone, pare stentare a trovare la misura cinematografica giusta. Perfino, permette di utilizzae uno sguardo quasi indulgente su un finalissimo discutibile, ma sentito e sincero pure lui; come Fulvio Lucisano che di questo film è più che produttore, ma che forse non doveva cedere a certe lusinghe.

La leggerezza della favola non toglie mai concretezza e soprattutto attualità ai problemi reali raccontati in Aspromonte, e per converso quel racconto così doloroso e sanguigno non spezza l'incantesimo che permette a Calopresti di raccontare non senza una certa traduzione poetica e fantastica quel mondo e quei personaggi.
Anzi, queste polarità opposte di sostengono e attraggono a vicenda, come accade al Cosimo di Colella e alla Giulia della Bruni Tedeschi, entrambi davvero punti di gravità impermanente attorno ai quali girano come satelliti gli altri personaggi e le loro storie.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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