Aspettando il Re: recensione del film con Tom Hanks tratto da un romanzo di Dave Eggers

13 giugno 2017
2.5 di 5
8

Tom Tykwer sceneggia e dirige il film basato su "Ologramma per il Re".

Aspettando il Re: recensione del film con Tom Hanks tratto da un romanzo di Dave Eggers

Chiunque avesse letto il libro di Dave Eggers da cui è tratto, o anche si fosse semplicemente preso la briga di scorrerne la trama del dettaglio, poteva facilmente immaginare che quello di Alan Clay, il protagonista di Aspettando il Re, fosse un ruolo fatto praticamente su misura per Tom Hanks.
Clay - uomo d'affari di mezza età, soggetto obsoleto e a disagio in un mercato spietato e finanziario che ha contribuito lui stesso, con le scelte del passato, a plasmare, padre in crisi, che nelle sabbie del deserto dell'Arabia Saudita trova l'ultima spiaggia, l'ultima possibilità di riscatto come professionista e come essere umano - è difatti un tassello che s'inserisce perfettamente nel mosaico delle interpretazioni di dell'attore americano: quello che va a ritrarre pregi e difetti, contraddizioni e coerenze dell'uomo medio americano. 
Di un soggetto che, pur perso nella collettività, può e deve dimostare di un'individualismo distintivo, quando non eroico.

Clay, nel film scritto e diretto da Tom Tykwer, è certamente un personaggio di quel tipo, ma nel racconto di Aspettando il Re c'è - o forse: ci dovrebbe essere - molto altro.
L'adattamento del tedesco del libro di Eggers, infatti, ne è una semplificazione magari anche inevitabile, ma che fa significativamente a meno di una serie di elementi conflittuali e di sconfitte esistenziali del suo protagonista per raccontare una storia diversa: una storia d'evasione e di riscatto, di un riscatto e di una evasione che invece, nelle pagine del libro, Eggers nega al suo protagonista.

Che nell'incontro di Adam con la cultura araba e islamica così aliena rispetto al suo mondo a stelle e strisce (un incontro in qualche modo molto più ravvicinato rispetto al romanzo), Tykwer abbia voluto trovare uno spunto quasi politico, la voglia di dimostrare una convinenza possibile nel nome del laicismo di entrambe le parti, è ovvio e legittimo, dati i tempi che corrono. Va anche ammesso, però, che se per fare questo, per permettere un riscatto locale di Adam, si è fatto a meno ai ragionamenti sulle ricadute esistenziali e perfino fisiche del capitalismo finanziario e globalizzato, della crisi economica, nella vita delle persone, la costruzione drammaturgica ne risente un po'.

Aspettando il Re è sicuramente un film gradevole, che scorre bene, che non è privo di elementi di interesse e al quale si perdonano anche con una certa facilità quei piccoli vezzi estetici di dubbio gusto che al regista tedesco scappano qui e lì.
Ma nella sua continua sospensione, nelle atmosfere lunari cui contribuiscono gli alberghi anonimi e la cattedrale nel deserto attorno alla quale si svolgono le dinamiche principali del film, in quella dimensione liquida, da miraggio, nella quale il tedesco immerge Hanks e gli altri protagonisti della storia, Tykwer sembra correre il rischio di una eccessiva evanescenza.
"Sono sempre stato piuttosto bravo a creare semplicità," dice a un certo punto Hanks, confessando il suo disagio esistenziale alla bella dottoressa saudita da cui si è recato per una strana escrescenza che gli è spuntata sulla schiena. Ecco, il vero cuore problematico di Aspettando il Re, il nodo testardamente cercato e mai sciolto, è il tendere eccessivamente alla semplificazione: tanto del testo di Eggers quanto della sua coerenza interna.

Sotto le superfici lucide e levigate delle immagini, dietro alla capacità di cogliere questo o quel dettaglio del mondo arabo saudita che è più di un richiamo da cartolina, il percorso di Alan si fa quasi impalpabile, imprendibile, inclassificabile. Evanescente, ma senza mistero.
Non c'è la maturazione esistenziale di un uomo partito da un mondo e approdato in un altro (con tutto lo scarto di consapevolezza che ciò comporta), ma una semplificazione che alla fine è solo all'insegna della fuga che possa significare rinascita.
D'altronde, sono i tempi che corrono: il giocattolo che abbiamo creato in cento anni di storia si è rotto, non si aggiusta più, e l'unica possibilità che rimane è quella di una tabula rasa, di una piccola rivoluzione interiore che azzera tutto.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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