Amityville: Il risveglio, la recensione del nuovo film della saga horror sulla casa di 112 Ocean Avenue

26 luglio 2017
2.5 di 5
2

Questa volta a dirigere c'è il francese Franck Khalfoun.

Amityville: Il risveglio, la recensione del nuovo film della saga horror sulla casa di 112 Ocean Avenue

La storia della casa al 112 di Ocean Avenue sarà anche di quelle che non tramontano mai, ma certo che è dopo i diciassette film che sono venuti dopo Amityville Horror, il capostipite della serie datato 1979, dire qualcosa di nuovo o di originale per la diciannovesima volta non è facile.
La patata bollente, questa volta, se l'è presa Franck Khalfoun, già sodale di Alexandre Aja e regista di un thrillerino gradevole come P2 e soprattutto dell'ottimo remake di Maniac interpretato nel 2012 da Elijah Wood.

Ci sono un tot di cose dalle quali, in un film che faccia parte della serie, non si può prescindere, casa in primis ovviamente, e non è certo che il francese - che è anche sceneggiatore - dimostri l'intenzione di fare rivoluzioni: però dà l'idea, all'inizio del film, di calarsi all'interno del franchise rivendicando sommessamente la sua personalità, con una buona impronta visiva, e concedendosi perfino ammiccamenti ironici e metacinematografici alla Scream, con Bella Thorne (spesso in mutande, e comunque perennemente col pancino di fuori, i pantaloni a vita bassissima e tanta pelle esposta, come vogliono le regole dell'horror) e i suoi nuovi amici che si guardano il film di Stuart Rosenberg proprio lì dove è stato girato.

E nella prima parte, Amityville: Il risveglio fa anche un po' paura. Perlopiù sono jump scares, certo, ma ben orchestrati e ben preparati.
L'atmosfera, infatti, è abbastanza tesa, e non tanto per le questioni legate alla casa e alle possessioni, ma con la trovata del fratello della Thorne che è in coma, tutto rattrappito, almeno fino a un certo punto: una presenza disturbante, modellata abbastanza chiaramente sulla Zelda di Pet Semetary, cui si aggiunge Jennifer Jason Leigh, la mamma che ha portato tutti lì (Thorne, fratello in coma e sorellina), e che è la cosa più inquietante di tutte anche quando non vuol far paura.

Scavallati però i primi 40-45 minuti degli 85 complessivi, ecco che il film di Khalfoun si banalizza molto: la tensione lascia spazio alla prevedibilità, e le ambiguità si risolvono tutte nelle caratterizzazioni più facili. Si va a finire, insomma, dove si deve andare a finire, senza sobbalzi e senza sorprese.
E forse emerge anche come l'ambizione del regista francese sia stata eccessiva, nel pensiero di saper risolvere come si deve tutta la questione legata al coma / non coma del ragazzo, al motivo per cui i nuovi inquilini hanno scelto proprio quella casa lì, pur conoscendone la storia, e perfino nella malcelata voglia di tirare in ballo una questione delicata e importante come quella dell'eutanasia.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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