American Assassin: recensione dell'action con Michael Keaton

23 novembre 2017
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Azione e vendetta contro il terrorismo.

American Assassin: recensione dell'action con Michael Keaton

Vedendo American Assassin di Michael Cuesta è molto forte la sensazione di essere tornati indietro nel tempo, in un film di vendetta brutale e monodimensionale degli anni ’80, in piena era reaganiana. La rabbia è un tratto in comune con il precedente film del regista, da noi uscito come La regola del gioco. La rabbia come quella che diventa unico motore di vita quando al protagonista, Mitch, promettente studente universitario, viene uccisa sotto i suoi occhi la splendida fidanzata, presto moglie, in un attacco terroristico compiuto da feroci terroristi islamici in un resort turistico.

Da quel momento in poi l’unico scopo della sua vita diventa vendicarsi, senza passare dalle istituzioni, ma solo da un addestramento fatto in casa e brutale che lo trasforma in una macchina per picchiare e uccidere. Il suo obiettivo è il capo dell’organizzazione terroristica, che riesce anche a rintracciare, quando entra in contatto con la CIA, la cui vice direttrice intuisce le potenzialità del ragazzo, e soprattutto le motivazioni non incrinabili che lo guidano e lo rendono una recluta ideale.

A questo punto Mitch diventa una specie di Jason Bourne, allenato a far parte delle operazioni speciali, quelle segrete che non vanno per il sottile, da un veterano dello spionaggio di una volta, non meno brutale, che ha il volto ingrugnito di Michael Keaton. Anche quest’ultimo sembra tornato a parecchi anni fa, ai suoi ruoli puramente alimentari prima della rinascita con la nomination all’Oscar per Birdman. La dinamica che si instaura fra i due protagonisti, dopo lo scetticismo iniziale reciproco d’ordinanza, è scontato e visto mille volte. La recluta indisciplinata in cui la vecchia lenza che ne ha viste di ogni riconosce la sua ribellione di giovane idealista. Anche se qui non aspettatevi motivazioni e comportamenti particolarmente raffinati, come quelli che hanno contribuito, a partire da Syriana, a portare nel nuovo millennio il genere di spionaggio. Qui ci sono i russi incapaci di tenere al sicuro il loro malconcio arsenale militare, un cattivo senza incrinature (Taylor Kitsch), e una minaccia da sventare. Non contro i cittadini inermi, come tristemente in uso in questi anni, ma contro un'istituzione americana, come a sottolineare ulteriormente il carattere patriottico dell'operazione.

L’azione non manca, in un film di spionaggio che non va per il sottile nella costruzione dei personaggi, limitandosi a una sequela di azioni e reazioni. Il cattivo vuole fare cose cattive e bisogna fermarlo: elementare ma in fondo anche onesta premessa. Sembra una puntata di 24, ma senza la furia cinetica. Il carisma fa difetto al protagonista, il Dylan O’Brien della saga di Maze Runner, mentre Keaton è in modalità automatica, grugno e poco altro. In fondo è tutto il film a procedere in modalità automatica, appiattendo anche le varie location d’obbligo nel genere. Rimane la curiosità di vedere una parte del film girata a Roma, con una speciale valorizzazione internazionale del cosiddetto serpentone di Corviale, famigerato caso di edilizia modello anni ’70 finita male. Dopo le vele gomorriane, esportiamo un altro esempio di case popolari. 

American Assassin è rigorosamente riservato agli adolescenti post compito in classe di matematica o a quelli che l’hanno saltato e cercano una pausa di un paio d’ore per riposare le dita dopo aver giocato senza un domani a un arcade al bar. Azione, reazione. Buoni, cattivi.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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