7 Chili in 7 giorni: la recensione della commedia con Carlo Verdone e Renato Pozzetto

16 luglio 2020
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Diretto da Luca Verdone, 7 Chili in 7 giorni è un mirabile esempio di un cinema che non c’è più: vero, politicamente scorretto, a tratti feroce.

7 Chili in 7 giorni: la recensione della commedia con Carlo Verdone e Renato Pozzetto

“Io te dovevo sposare, altro che quel gommone” - dice Carlo Verdone osservando dalla finestra la bella signora dalla tuta nera di 7 Chili in 7 giorni, rimpiangendo amaramente di essersi unito in matrimonio con la paffuta Silvia Annichiarico e guardando con disgusto una "truppa di lardosi" che tenta goffamente di fare ginnastica. Già questa battuta, insieme ai coloriti appellativi con cui i dottori-ciarlatani Alfio Tamburini e Silvano Baracchi definiscono i pazienti in sovrappeso della clinica Villa Samantha sono indice di una maniera di fare cinema autentica, spassosa e a tratti ferocemente cinica oggi inimmaginabile. Oggi, nessuno userebbe la parola "ciccione" in un film, preferendola a "persona in sovrappeso" o "diversamente pesante", e nessuno riderebbe di un monsignore enorme con la tuta di ciniglia rosa shocking che rompe sedie a ripetizione. Oggi a parlare di chi è tormentato dai chili di troppo c'è Vite al limite, con il suo doppiaggio lamentoso, le sue piccole storie di redenzione e i suoi tristi affreschi di ambienti sociali e familiari disagiati.

Rivedere la commedia con Carlo Verdone e Renato Pozzetto significa quindi inoltrarsi nel reame magico del politicamente scorretto, in un viaggio bellissimo attraverso la pochade, lo slapstick, la satira di costume e perfino la grande commedia all'italiana. Snobbato dalla critica paludata che lamentava la mancanza di ritmo e lo scarso spessore psicologico dei personaggi, 7 Chili in 7 giorni è in realtà un animale raro, un film che, pur mettendosi al servizio dei mattatori Verdone e Pozzetto, onora ogni singola parola di una sceneggiatura solida e ben scritta (da Leo Benvenuti, Piero De Bernardi e da Luca Verdone), che si fa beffe della mania delle cliniche dimagranti di metà anni '80, andando anche a scomodare quei borghesi piccoli piccoli, o meglio quelle maschere che, più che ricondurre ai personaggi dei primi film di Verdone, riportano ad Alberto Sordi, in primis al suo prof. Guido Tersilli, certamente più luciferino del proprietario del centro estetico Alfio's Style, ma non meno tranchant e malevolo con i più sprovveduti e i più deboli. Sono quelle commedie di fine anni '60 che il divertissement di Luca Verdone si diverte a citare, per non parlare di qualche commedia sexy anni '70, ma la cifra è anche surreale e i personaggi di contorno volutamente fumettistici, a cominciare dall'anziana signora interpretata dalla Sora Lella per cui entrare in ascensore è diventato "un tribolo".

C'è insomma una insospettabile complessità di fondo e conoscenza del cinema italiano nel film, che si colloca fra i vari Borotalco, Acqua e Sapone e Troppo forte e la deriva malinconica delle successive commedie dirette da Carlo, a cominciare dall'amarissima Compagni di scuola. E anche il personaggio di Verdone è un superamento del coatto Enzo di Un sacco bello e della controfigura Oscar Pettinari di Troppo Forte. E’ meravigliosamente meschino e cattivello, e l'attore, che non si dirige, lo cavalca benissimo, muovendosi continuamente fra un looser vittima di parenti serpenti, un mediocre che lascia sedurre la moglie da un amico e una specie di stregone che, come un Walter White d'antan, prepara una sostanza magica che sa di patè (la pappa verde dimagrante) e pratica impunemente lavande gastriche. Il tutto insieme a un Renato Pozzetto contaminato dalla romana arte di arrangiarsi e ancora più ciarlatano di Alfio Tamburini, oltre che armato di una valigia di "cefali" (sex toys) e incline ad accettare i favori sessuali di una bionda mozzafiato per una fetta di pane e burro. Carlo Verdone non ha mai trovato un compagno con cui formare una coppia così travolgente, forse solo Lella Fabrizi. Nessuno dei suoi duetti (né con De Sica, né con Silvio Muccino, né con Antonio Albanese) è mai stato così perfetto, e nel nostro caso ripaga di una regia che è certamente poco incisiva, soprattutto nella seconda parte del film, affidata a gag che spesso si ripetono.

Sappiamo che la coppia inizialmente doveva essere un terzetto, con un medico del nord, uno del centro Italia e uno del sud impersonato da Luciano De Crescenzo, che avrebbe dovuto interpretare il preparatore di sbobba verde. Se il regista di Così parlò Bellavista avesse accettato la parte, che valore aggiunto avrebbe avuto 7 Chili in 7 giorni, che tuttavia resta ancora un gioiello, un fulgido esempio, come dicevamo in apertura, di una commedia che oggi non esiste più, soppiantata da "sorelle" spesso banali che riprendono film francesi o americani o che scadono nella volgarità. Ma forse è la gente ad essersi involgarita, e allora si racconta semplicemente ciò che si vede.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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