2 giorni a New York - la recensione del film di Julie Delpy

01 gennaio 2014
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Arriva dopo 5 anni il sequel di 2 giorni a Parigi, diretto sempre dall'attrice francese

2 giorni a New York - la recensione del film di Julie Delpy

E' davvero un personaggio singolare Julie Delpy. Figlia di due attori di sinistra esponenti dell'avanguardia teatrale, grazie alla sua bellezza diafana e molto francese è stata la musa di registi come Kieslowski e Tavernier, per poi diventare una specie di ambasciatrice dell'incontro tra il vecchio e il nuovo mondo, del bilinguismo e della contaminazione culturale, coi cinque film che ha diretto e con la trilogia amorosa di Richard Linklater.

2 giorni a New York non è così solo il sequel, cinque anni dopo, del suo 2 giorni a Parigi, ma col suo misto di realtà e finzione e la presenza di amici fraterni e membri della sua stessa famiglia (qua il padre, vedovo dopo la recente morte della madre), diventa parte di un'opera più vasta in cui è difficile districare le vicende della sua protagonista Marion, da quelle della Céline di Linklater e della stessa Delpy.

All'inizio del film, la storia della fotografa francese e di Jack, fortemente in crisi in 2 giorni a Parigi, è ormai finita, ma la donna non si perde d'animo e vive col figlio avuto da lui assieme a Mingus, un paziente e spiritoso uomo di colore che ha un programma radiofonico di successo e amandola ne sopporta le isterie e le idiosincrasie, sfogandosi di tanto in tanto col cartonato del suo idolo, Barack Obama. Ma anche questa storia verrà messa a dura prova dalle crescenti tempeste ormonali di lei, incinta senza saperlo, e dall'arrivo dell'eccentrico padre, della sorella esibizionista e un po' ninfomane col suo attuale e fastidioso compagno, Manu, che è anche uno dei suoi ex.

Il grande critico americano Roger Ebert, prima di morire aveva fatto in tempo a recensire questo film che arriva con un paio di anni di ritardo nelle nostre sale. Parlandone in modo lusinghiero, a proposito dell'autrice aveva scritto più o meno che nonostante tutti i registi con cui aveva lavorato, sembrava che l'unico maestro per lei fosse stato Woody Allen. E' un complimento che ci sentiamo di sottoscrivere, perché è indubbia la maestria con cui la Delpy maneggia la comicità fisica, di situazioni e di battute, tipiche della commedia sentimentale newyorkese che ancora oggi porta il marchio ingombrante del regista.

Se dal punto di vista della messinscena – curata e con qualche guizzo creativo - è maturata, da quello del contenuto osa molto, mette un sacco di carne al fuoco e qualche volta entra pericolosamente a gamba tesa. Nonostante questo, riesce quasi sempre a far ridere col suo sguardo indulgente, anche se politicamente scorretto, sulle diverse culture dei suoi mondi di adozione e sull'essere donna, madre, compagna e artista in un momento critico della vita come i quarant'anni. Un po' Céline, un po' Marion e un po' Julie, la sua scatenata protagonista non pretende di essere simpatica ma rivendica il diritto a essere quello che è, e si concede momenti irresistibili come il surreale incontro con l'acquirente della sua anima, il Renaissance Man Vincent Gallo nel ruolo di se stesso, che col suo narcisistico modo di definirsi sembra in realtà descrivere la stessa regista, un'artista che non si accontenta di ricoprire un unico ruolo ma prova a far di tutto e per la quale, da un pezzo a questa parte, il cinema è diventato una sorta di journal intime.

Del cast ci ha convinto soprattutto Chris Rock, sorprendente nel ruolo del povero Mingus, capace di offrire una performance divertente e comica senza mai uscire dalle righe. Per il resto, se Parigi val bene una messa, New York vale bene un (altro) film sulle eterne schermaglie amorose che vanno avanti nonostante i tempi e le stagioni, perché, come diceva il maestro Woody Allen nell'insuperabile Io e Annie, “abbiamo tutti bisogno di uova”.

 

2 giorni a New York
Il trailer italiano del film - HD


  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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