Spectre: recensione del nuovo film di 007 con Daniel Craig

28 ottobre 2015
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Dopo il ritorno alle origini di Skyfall, un percorso verso il domani nel segno della nostalgia vintage.

Spectre: recensione del nuovo film di 007 con Daniel Craig

The Dead are Alive.
Così recita l'esergo di Spectre, piazzato prima dell'antefatto elegante e adrenalinico ambientato in una Città del Messico in festa per il Giorno dei Morti. Appunto.
Ma il riferimento non è banalmente limitato a quella scena (che precede - lo diciamo a uso e consumo dei puristi - una sequenza di titoli di testa non eccezionale e accompagnata da una canzone non all'altezza dei temi della serie: uniche vere pecche del film).
I morti che sono vivi, in Spectre e per Sam Mendes, sono ben altri: ma non è il caso di dire di più, per non incorrere nel più increscioso dei crimini cinematografici d'oggidì, quello dello spoiler. Quel che si può, e che si deve dire, e che i riferimenti a trama e personaggi sono comunque subordinati a discorso più ampio: relativo all'icona 007, al suo mondo, alla sua serie, e perfino al mondo di oggi tout court, che Spectre mette coraggiosamente in piedi.

La fotografia sempre un po' giallognola di Hoyte Van Hoytema fornisce un indizio prezioso: fa capire quanto profondi e diffusi siano i riferimenti di Spectre a un mondo e a un universo che non ci sono più, e che allo stesso tempo ci sono ancora, più forti e nuovi di prima. Fa capire come la parola chiave dell'operazione di questo ventiquattresimo Bond Movie sia “nostalgia”.
Non una nostalgia canaglia, molle e sospirante, che fa ripensare ai bei tempi andati; ma quella nostalgia capace di far vibrare il presente, e di cambiare e rinnovare senza buttare via il bambino con l'acqua sporca, senza rottamazioni acritiche, senza elogi sperticati verso tutto quello che è “futuro”. Senza i cocky little bastards che non sanno far tesoro delle lezioni e dell'esperienza altrui.

E quindi, voilà: con un gioco di prestigio ad alto rischio, ecco che Sam Mendes prende lo 007 portato al grado zero della sua origine in Skyfall e lo fa tornare all'oggi riattraversando passo dopo passo la galleria dei cimeli del suo passato e della sua mitologia, per metterlo di fronte allo specchio (anche letteralmente, in più di un'occasione) e farlo reinventare, radicalmente, proprio come logica prosecuzione di questo cammino.
E allora ecco che, scena dopo scena, torna la Spectre, tornano i vodka martini, le Aston Martin - quelle del presente, ma con le levette uscite dagli anni Sessanta, e quelle del passato - la Walter PPK, i treni vecchio stile, le Rolls e lo scagnozzo di goldfingeriana memoria, il confronto con le proprie radici: il tutto mentre Bond è costretto a cambiare.
Anzi vuole cambiare. Deviare da vecchi tic e stili di vita, per abbracciarne di nuovi, di quel nuovo che è sempre stato lì, e di cui ci si riappropria ripercorrendo la propria storia.

Chi vuole rivoluzionare il presente nel nome del futuro e basta, magari mortificando il passato, rinnegandolo e uccidendolo, non è un visionario (aggettivo jobsiano scelto evidentemente non a caso per il villain di Christoph Waltz), ma uno da rinchiudere in manicomio. Chi dice “questo è il futuro, voi siete il passato”, negando la storia e le sue conquiste, le sue lezioni, è un piccolo arrogante destinato a fare una brutta fine.
L'unica possibile, logica prosecuzione di Skyfall era questa: spingere Bond in avanti battendo le vie alle sue spalle: perché questo passato qui, quello di Spectre, è quello visto con gli occhi del presente. È il passato della nostalgia, quello che diventa vintage, e che guarda diritto al domani, da dietro il volante di una immortale DB5, in attesa dei nuovi villain, delle nuove Bond Girls, di nuove minacce, nuovi martini e vecchie auto.

The Dead are Alive: e dalla tomba dello ieri hanno camminato fino al domani.  



 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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