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George Lucas, Palma d'Oro d'Onore a Cannes, 80 anni e una scena che vale per tutte

George Lucas riceve al Festival di Cannes la Palma d'Oro alla carriera, un anno dopo il suo amico Harrison Ford. Ci piace festeggiare questo artista e imprenditore, da pochi giorni ottantenne, con una scena a noi particolarmente cara. Star Wars o Indiana Jones? Né uno né l'altro. Si può.

George Lucas, Palma d'Oro d'Onore a Cannes, 80 anni e una scena che vale per tutte

George Lucas, 80 anni da pochi giorni, riceve la Palma d'Oro alla carriera al Festival di Cannes 2024: è tempo di celebrazioni per il creatore di Star Wars e Indiana Jones. Suggestionati anche dall'analogo riconoscimento ritirato da Harrison Ford l'anno scorso, sarebbe molto facile e istintivo cercare scene dalle saghe citate, per una sintesi del suo pensiero creativo con un'immagine folgorante. Eppure - e giuro che non lo scrivo per andare controcorrente - da decenni, per riconoscenza, ho una sola sequenza in testa. La scelgo sempre senza titubare, e ve la racconto.

George Lucas, American Graffiti, un giovane in crisi e il mito di Lupo Solitario

Siamo all'inizio degli anni 60, il giovane Curt ha finito il liceo e avrebbe una borsa di studio per crearsi una vita nella grande città. La notte prima della partenza è assetato di vita, pieno di domande, non sa se partire sul serio e lasciare quel che gli rimane della sua identità. Decide di compiere un'azione di quelle che ti segnano a vita, a metà strada tra la crescita interiore e l'autodistruzione. Insomma, quelle azioni che compi proprio a diciott'anni. Decide di raggiungere il luogo da cui trasmette il misterioso Lupo Solitario (Wolfman Jack in originale, nei panni di sé stesso!): un dj politicamente scorretto, mito di tante serate spensierate. Vuole consegnargli una dedica, per rintracciare una donna misteriosa. Incontra solo un tecnico audio, un uomo medio alle prese con un frigo rotto che gli sta sciogliendo i ghiaccioli. Lupo Solitario non c'è, manda i nastri preregistrati. Indovinando la crisi di Curt, l'uomo si permette di parlare per conto di Lupo Solitario, suggerendogli di "muovere il culo" e scoprire il mondo fantastico "che c'è là fuori". Curt si allontana deluso e perplesso, ma nel corridoio intravede da una porta socchiusa la verità: l'uomo che ha appena conosciuto, quella persona malinconica e sola, pensando di non esser vista, comincia a parlare al microfono... e si trasforma in Lupo Solitario. Era lui! Curt si allontana pensieroso, forse valutando il peso della realtà.


Il film di cui parlo è ovviamente American Graffiti del 1973, opera seconda di George. Curt aveva il volto credibile di Richard Dreyfuss. Quando ripenso a quella scena, mi stupisco della sua densità, di quanto mi racconti e del modo in cui mi commuove ogni singola volta. E mi faccio investire da una domanda: perché Lupo Solitario non si presenta come tale?
Io fornisco a me stesso due interpretazioni, entrambe legate al concetto di mito, che Lupo Solitario è, indiscutibilmente.

La prima interpretazione è pietistica: l'uomo non se la sente di ammettere a Curt la propria inadeguatezza a questo mito. Dice a Curt di "non essere più giovane", sa di apparire come uno sfigato totale (un reato agli occhi di un diciottenne), recrimina di non aver avuto il coraggio di viaggiare, di abbracciare la vita. Lupo Solitario invece ce l'ha fatta: non esiste, quindi non ne sbaglia una.
La seconda interpretazione, quella che preferisco, è didattica: l'uomo non si vergogna di sé stesso, ma protegge il mito per Curt. L'esistenza di tutti è destinata a una lunga scia di ghiaccoli sciolti in frighi scassati, il senso ultimo dell'arte è darci l'illusione che i nostri miti, le nostre bussole, sorreggano la nostra concreta imperfezione con la loro ideale inattaccabilità. Se questo ragazzo avrà bisogno di tutto il coraggio possibile per sradicarsi, lo potrà fare solo con una fede cieca nella poesia dell'illusione.
Quindi no, Lupo Solitario non è qui, anzi, come giustamente dice l'uomo: "Lupo Solitario è ovunque." Lupo Solitario è una missione, da abbracciare una volta che la metti a fuoco. Curt forse ha capito questo concetto e la sua importanza, tanto che Lucas nei titoli di coda - nota fondamentale - ci dice che diventerà scrittore.


A questo punto si potrebbe anche parlare di come Darth Vader o Indiana Jones siano il nostro Lupo Solitario, di come George Lucas alla fine quei miti li abbia creati di persona. Di come abbia consentito a un manipolo di pionieri di creare in suo nome altre leggende generazionali tramite la Lucasfilm Games / LucasArts, a partire dal 1982 (Monkey Island, su tutti). Di come abbia posto i riflettori sull'antica arte dell'effetto visivo, con l'esempio dell'Industrial Light & Magic. Potremmo riempire righe ringraziandolo per averci spronato a sopportare la vita con la magia dell'intrattenimento spensierato, spingendo persino qualcuno a creare altri miti o a raccontare quelli altrui, come ha deciso di fare chi vi scrive.
Ma basta solo chiudere quella porta socchiusa e abbandonare quel corridoio, con un sorriso maturo come quello di Dreyfuss: ormai lo sappiamo che Luke Skywalker e Indiana Jones non esistono.
È per questo che sono immortali.

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