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20 anni di Braveheart: William Wallace lotta ancora insieme a noi

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L'epica di Mel Gibson festeggia un importante anniversario


Il 24 maggio del 1995 usciva negli Usa Braveheart – Cuore impavido di e con Mel Gibson, un grande successo di pubblico ma anche un film che si è caricato, dall'esordio agli anni successivi, di vari significati.

La storia di William Wallace, uno degli eroi quasi leggendari delle Guerre d'indipendenza scozzesi contro gli Inglesi, alla fine del XIII secolo, fu tessuta con criticate licenze poetiche dallo sceneggiatore Randall Wallace (antenati scozzesi, nessuna parentela). Nè a Wallace nè a Gibson interessava una lezione di storia, ciò che contava era scovare nelle pieghe della realtà quell'aura mitica che trasforma il reale in invenzione, in sintesi di concetti (Randall disse di "aver seguito il proprio cuore"). Col senno di poi, Braveheart è lo stendardo della fascinazione martirica di Mel Gibson, poi successivamente esplosa del tutto con La passione di Cristo e Apocalypto.
Una poetica che delinea il legame netto tra il destino di una società e la necessità di una sofferenza fisica totalizzante, compiaciuta, che la conduca nella giusta direzione mettendo in gioco il corpo prima che la mente. Gibson procedeva orgogliosamente di pancia, e la massiccia produzione di Braveheart fu affrontata così. Stando a diverse voci, sul set c'era un regista/attore pronto allo scherzo, scatenato e terribilmente motivato. Non era la prima regia di Gibson, due anni prima c'era stato L'uomo senza volto, ma l'idea di girare un kolossal in costume rendeva Braveheart un secondo esordio.

Braveheart, per atmosfera e tematiche, diventa quindi un'opera autoriale, come lo saranno le successive del regista, potenziata però anche dall'interpretazione dello stesso Gibson, che autogestendosi rivendicava la sua "libertà", sul set e sullo schermo. E pensare che sulle prime, consapevole di essere parecchio più vecchio del vero Wallace, voleva farlo interpretare a Jason Patric: in questo caso si deve alla produzione lo scampato pericolo. Il soggetto era rischioso, dissero: avrebbero finanziato solo con Mel protagonista.

Un simbolo di libertà autoriale e di visioni personali, quindi, ma proprio per questo anche anticipatore della deriva se vogliamo più cupa di tale estro. Inevitabile, dati i temi trattati: Braveheart, specialmente dopo il successo di pubblico, fu accusato di anglofobia, ma anche di omofobia (nella caratterizzazione del re Edoardo II). Quasi un presagio del declino mediatico sul quale sarebbero scivolate vita e carriera di Gibson una decina d'anni dopo, autodistruttosi tra esplosioni private, arresti e instabilità.
Dieci nomination all'Oscar e cinque statuette vinte (film, regia, fotografia, montaggio effetti, trucco), 72 milioni di costo per 210 d'incasso. Poco, se paragonato alla Passione di Cristo del 2004 (30 per 610), ma un trionfo sul lungo tempo più simbolico proprio per quella firma sempre presente, per quell'eroica debordante sfacciataggine sopra le righe incarnata sullo schermo come protagonista.

In Italia ci fu persino chi nel periodo d'uscita o giù di lì s'identificò in William Wallace (Umberto Bossi), ma per qualcuno il lungometraggio è rimasto una sintesi diretta e immediata della tenacia e della rivendicazione del sè: conosco chi rivedeva metodicamente Braveheart prima di ogni esame all'università, forse per pregustare la provvisoria libertà dalle responsabilità, a battaglia/esame terminato.
Bandiera di orgoglio, identità e belligeranza, apice di una carriera, preludio a ossessioni future in seguito più nitide e più ingestibili, spettacolo da pop corn e icona culturale di cui si potevano appropriare tutti.  Forse Braveheart dopo vent'anni è più in forma dello stesso Mel Gibson, ma ci riesce perché porta ancora i segni della spiritata (e quanto sincera!) follia dell'ex-Martin Riggs.




 

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