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Big Little Lies 2: La recensione della seconda stagione dell'acclamata miniserie

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Pur apprezzando l'ennesima interpretazione impeccabile di Meryl Streep, viene da chiedersi: ce ne era davvero bisogno?

Big Little Lies 2: La recensione della seconda stagione dell'acclamata miniserie

E se la continua corsa all’ottenimento dell’approvazione degli altri, che caratterizza quest’epoca governata dai social, si stesse riflettendo anche sulle serie tv? Se il difetto più grande del nostro tempo, quel desiderio malato di accumulare attenzione e consenso, stesse rovinando alcune tra le migliori produzioni televisive degli ultimi anni? Ultimamente viene da chiederselo spesso, cercando una giustificazione alla delusione provata dopo l’ennesimo inutile cliffhanger. In molti se lo sono chiesto soprattutto ieri, sui titoli di coda del finale di stagione di Big Little Lies 2, mentre ripercorrevano mentalmente gli ultimi sette episodi e mettevano a confronto i momenti migliori con i momenti peggiori, le prime impressioni con le ultime, e le uniche risposte che riuscivano a darsi erano, in realtà, altre domande. Era davvero necessario un secondo capitolo? Perché ci hanno dovuto privare del piacere della nostra immaginazione?

Jean-Marc Vallée lo sapeva che sarebbe andata così. Il regista della prima stagione e produttore della seconda - e forse anche altro, considerando che secondo un’inchiesta di Indiewire gli è stato chiesto di rimontare tutto il girato di Andrea Arnold - in un’intervista con Vulture del 2017 aveva dichiarato espressamente: “Non c’è proprio motivo di fare una seconda stagione. È stata pensata come un’unica produzione e si conclude in modo tale che il pubblico possa immaginare cosa accadrà. Se facessimo una seconda stagione, distruggeremmo questo bellissimo legame e lo rovineremmo. Voglio dire, mi piacerebbe lavorare ancora con Reese Witherspoon, Nicole Kidman e questo meraviglioso cast al femminile, ma non per fare una seconda stagione”. Aveva previsto che avremmo provato questo senso d’inerzia e di mancanza di reali appigli narrativi. Per un po’ di tempo lo abbiamo trascurato, distratti dall’ennesima performance impeccabile di Meryl Streep nei panni della donna più odiosa che possa esistere sulla faccia della terra, la passivo-aggressiva ed esperta manipolatrice Mary Louise. Poi però, assistendo allo sfascio di Renata, all’inspiegabile cambio di rotta di Ed, alla confusa evoluzione di Bonnie e a tutti gli altri espedienti narrativi inseriti e alla fine lasciati fondamentalmente irrisolti, tutto il resto è passato in secondo piano: perché un cast di primo livello non basta per giustificare l’avidità di un network, e se non c’è una reale necessità di continuare si finisce per dare vita ad un semplice esercizio di stile, ad una bellissima lezione di recitazione e niente più. L’impressione è che gli sceneggiatori David E. Kelley e Liane Moriarty abbiano provato nei primi episodi ad abbozzare delle idee da sviluppare in altri eventuali archi narrativi (come il rapporto tra Ziggy e i gemelli, la terapia di coppia di Madeline e Ed, l’inquietante aria da stalker di Corey, la figlia ribelle di Madeline), per poi rendersi conto che in fondo l’unica storia interessante da raccontare poteva essere solo la lotta tra Mary Louise e Celeste. Tutto il resto era marginale e si poteva lasciare morire così, frettolosamente.

Per sette puntate, Madeline e Ed hanno ripetuto le stesse identiche dinamiche di coppia senza arrivare ad una soluzione e poi puf, magicamente è tornato tutto a posto: ci fanno intendere che lui si sia vendicato, ma comunque non c’è un vero e proprio lieto fine tra di loro. Dall’altra parte, Celeste ha lottato per tutto il tempo contro il suo desiderio di preservare quell’immagine di perfezione che aveva costruito attorno all’uomo che amava, si è drogata e si è sfogata, lasciandosi andare a un po’ di sano libertinismo, dopo di che, come se nulla fosse, è tornata a guardare i video del marito e a vivere esclusivamente per i figli. Bonnie si è chiusa a riccio, schiava del senso di colpa e di un passato oscuro (costruito esclusivamente per trainare questa stagione) finché nell’arco di un solo episodio non ha stravolto tutta la sua storia, in definitiva regredendo invece di evolvere. Jane, senza andare in terapia, ha risolto i suoi traumi quasi in uno schiocco di dita. Renata è passata dall’essere una donna forte e di successo al doversi difendere dagli abusi psicologici del marito egoista. Poi le abbiamo lasciate così, con i presupposti per un’altra stagione. Come se questa non fosse già stata di troppo. Perché restano, inutilmente, tante domande in sospeso: verranno incriminate e mandate tutte in carcere? E che ne sarà dei figli? Ziggy, Max e Josh diventeranno come il padre? Mary Louise si è arresa così? Ma poi allora, alla fin fine, che senso ha avuto mantenere questo segreto per così tanto tempo?

La conclusione è che la vera grandezza di Big Little Lies rimarrà per sempre racchiusa in quei primi sette episodi, in quell’unione celestiale tra le riprese di Jean-Marc Vallée con le canzoni scelte da Sue Jacobs (di cui in questa seconda stagione si è sentita tanto la mancanza), e in quella suspense montata a regola d’arte seguendo gli interrogatori di polizia e le piccole bugie che danno titolo alla serie, che termina in una bellissima rappresentazione di solidarietà femminile. Tutto il resto, come detto sopra, è solo frutto dell’ansia di sbrodolarsi addosso per vedere se fa share. E anche se l’obiettivo è stato raggiunto, non ce ne era davvero bisogno.



  • Giornalista pubblicista specializzata in comunicazione musicale e televisiva
  • Consulente musicale
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