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Bentivoglio è Monterossi, Monterossi è Bentivoglio nella serie Amazon Original tratta dai romanzi di Alessandro Robecchi

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Debutta in streaming il 17 gennaio su Prime Video una serie crime ironica, disincantata, malinconica e generosa come il suo protagonista. Un ottimo prodotto diretto da Roan Johnson, con un gran cast e belle e calde atmosfere fatte di Dylan e whisky. Ecco com'è Monterossi e come la raccontano gli autori e il protagonista

Bentivoglio è Monterossi, Monterossi è Bentivoglio nella serie Amazon Original tratta dai romanzi di Alessandro Robecchi

Carlo Monterossi è un autore televisivo. Uno bravo, che non ama il suo lavoro. Quello che ama è vivere bene, Milano, la sua bella casa, rilassarsi con un buon whisky, Bob Dylan.
Una sera, mentre si sta rilassando, suona il citofono. Robecchi apre, e presto sulla porta si ritrova un uomo mascherato armato di pistola. Che gli spara. Gli spara e lo manca, per fortuna.
La polizia indaga, Monterossi non capisce perché gli abbiano sparato, e perché la stessa pistola ha fatto altre due morti. Allora indaga pure lui, quasi un po’ come Nero Wolfe, sguinzagliando in giro i suoi due assistenti, Nadia e Oscar.
Comincia così Monterossi, una gran bella serie tv Amazon Original, prodotta da Palomar, che vedremo in streaming dal 17 gennaio su Prime Video.
Diretta da Roan Johnson, la serie è basata su quella dei romanzi scritti per Sellerio da Alessandro Robecchi (che, oltre a essere scrittore, è pure lui un autore tv) che vedono protagonista questo personaggio, che sullo schermo ha l’aria ironica e stropicciata di un Fabrizio Bentivoglio perfetto nella parte. E, se Bentivoglio è perfetto, il resto del cast non scherza: ci sono Diego Ribon e Tommaso Ragno nei panni di due poliziotti dai caratteri opposti; Carla Signoris in quelli di una conduttrice tv cinica e cinguettante; Martina Sammarco e Luca Nucera sono gli assistenti di Carlo; Donatella Finocchiaro una sua vecchia fiamma e Maria Paiato la sua agente.

Monterossi: il trailer della serie

I primi tre episodi della serie, che è scritta da Johnson, Robecchi e Davide Lantieri, è basata sul primo romanzo di Monterossi, “Questa non è una canzone d’amore”. I secondi tre, sul terzo dei libri di Robecchi, “Di rabbia e di vento”.
Le trame gialle funzionano e sono originali nel modo in cui intrecciano l’attività del Monterossi detective con quella di autore tv, ma soprattutto la serie ha la forza di un grande protagonista, di un gran bel personaggio venato di malinconia e disincanto ma capace di grande umanità, di cura e interesse per gli altri, anche per quelli che conosce poco o pochissimo, ma che sente affini. Perché Monterossi non parla solo di casi da risolvere, ma parla di persone, di sentimenti, di sensazioni, di soldi e di classi sociali, e di una Milano sospesa tra l’immagine patinata del futuro e quella più ombrosa e scrostata di un passato che qualcuno vorrebbe dimenticare troppo in fretta.
Un ottimo prodotto, Monterossi, una serie di gran piacevolezza, di quelle dentro alle quali ti accomodi con agio e di cui ci auguriamo venga messo presto in piedi una nuova stagione.
Ecco come ce l’hanno raccontata Bentivoglio, Robecchi e Johnson.

Fabrizio Bentivoglio è Carlo Monterossi

“Tutto quello che rappresentiamo ci rappresenta”, ha detto l’attore. “Ho fatto di tutto per sentirmi dire che Monterossi sono io, ho voluto fortemente che sembrassimo la stessa persona. Più di una cosa mi affratellava a Monterossi, diverse cose erano per me riconoscibili: Milano, l’appartenere a una certa generazione, essere dell’Inter. E l’essere innamorati dei perdenti. Non è spiegabile l’innamoramento per i perdenti, è qualcosa di difficile da spiegare, sembra una contraddizione detta da un vincente involontario come Monterossi. Il fatto è che t’innamori di quello che non sei, che non hai, che vorresti sperimentare ma non puoi essere. Carlo ha una spiccata empatia per le persone meno fortunate e per i giovani: non avendo figli ed essendo predisposto all’attenzione verso i giovani ha un rapporto quasi filiale con Nadia e Oscar, che vede come due cuccioli da mettere sulla giusta strada”.

La Milano di Bentivoglio e Monterossi

“Milano è la mia città, ci ho studiato, lì ho frequentato la scuola del Piccolo e poi me ne sono andato”, ha detto Bentivoglio. “La Milano di oggi è diversa, dove ci sono i grattacieli una volta c’era un luna par… quella che ricordo io è una Milano decisamente più vicina a quella parte più antica che raccontiamo, quella di certe piazzette o certe fontanelle che sono per me fonte di ricordi”.
“Monterossi e Milano sono come due innamorati, ma di mezzo c’è un grosso conflitto,” ha detto Johnson, “perché quella in cui vive è una Milano che non riconosce più. Simbolo di questo conflitto è la sua casa, che è arredatata con un gusto personale e particolare, vagamente anni Settanta, ma dalle cui finestre vede la modernità della città che lo sta assediando”.

Bob Dylan

Dylan è una specie di zio. Un fratello maggiore. Un amico di vinile”, ha detto Bentivoglio. “Qualcuno con cui Monterossi chiacchiera e si confronta. Lo conosce talmente bene che in ogni occasione è capace di trovare la canzone del vecchio Bob che corrisponde perfettamente a quel momento e a quella situazione. Anche Dylan mi affratella a Monterossi: anche io ho i vinili, i volumi con i testi a fronte, anche io ho passato notti in bianco a cercare di decifrare i suoi testi, il senso di certi suoi brani”.

Monterossi e il mondo della tv

Penso che il mondo della tv raccontato nella serie sia verosimile”, ha detto Bentivoglio. “È una tv che usa i sentimenti e non li racconta. Io la tv la guardo solo per i notiziari e le partite di calcio. Quando posso, come attore, riguardo volentieri il teatro di Eduardo De Filippo. In carriera ho fatto poca tv? In parte è stata una scelta, in parte è semplicemente venuto così, anche se ammetto che preferivo recitare in teatro e al cinema. Nella serialità di oggi, però, un attore ha la possibilità di raccontare un personaggio con spazi e tempi diversi, in modo più approfondito, mentre il cinema obbliga a una sintesi maggiore”.

Monterossi dai libri allo schermo

“È sorprendente vedere una cosa che è sempre stata nella tua testa prendere forma, personaggi diventare facce vere” ha detto Alessandro Robecchi. “Ma la cosa più entusiasmante del lavorare a una serie con tante persone è la somma di intelligenze, il lavoro collettivo, vedere che dal lavoro di tante persone si arriva a scelte che contengono il mood cui avevi pensato. I compromessi? Quello del cinema e della tv è un altro linguaggio rispetto a quello del romanzo, quindi è necessaria una traduzione, che deve essere fedele a quel che si voleva dire in partenza, e in questo caso la convergenza è perfetta.”
“In passato ho avuto la fortuna di adattare Malvaldi e Camilleri”, ha detto Roan Johnson, “e ogni volta devi capire quale sia il miglior modo per salvaguardare il cuore del libro. Puoi tradire su molti piani, ma il cuore del libro. In questo caso poi la scrittura di Robecchi è già di suo fortemente cinematografica e la sfida è stata quella di non mettere roba in più che avrebbe minato dei meccanismi. C’è una grande unicità in questa storia e in questi romanzi, è un po’ il calabrone che non può volare, perché sulla carta questa roba che mescola crime e ironia, e che fa il tentativo di scavare nei sentimenti umani e i loro paradossi, con un autore tv che diventa detective, pensi non possa funzionare. Se non ci fossero stati da prima i romanzi che funzionavano, come progetto non avrebbe convinto nessun produttore. E invece.”
“Se la storia crime è buona si ride e si piange,” ha concluso Robecchi. “Una storia raccontata bene fa questo, perché quel che conta è che somigli alla vita vera, e che non ne faccia una caricatura”.

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