El Presidente: Recensione della serie ispirata a una storia vera sul FIFA Gate in Sud America

16 giugno 2020
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El Presidente è una Narcos satirica divertente e senza pesantezze sullo scandalo e la corruzione del calcio in America Latina, ideata dal premio Oscar Armando Bo e prodotta da Pablo Larrain per Amazon Prime Video.

El Presidente: Recensione della serie ispirata a una storia vera sul FIFA Gate in Sud America

Il calcio è una cosa seria? Verrebbe da rispondere assolutamente sì, limitandosi a una lettura dei fatti e delle dinamiche quasi incredibili di corruzione, quasi tutti reali, raccontati dalla serie El Presidente. Allo stesso tempo, lo stile di racconto della serie Amazon Prime Video, ideata, scritta e diretta da Armando Bo (premio Oscar per Birdman) è all’insegna del gioco, del non prendersi sul serio e del divertimento. Sembra adottare, insomma, proprio quell’approccio che sarebbe sano tutti avessimo nei confronti del calcio e dello sport e che l’industria che specula sulla passione di miliardi di appassionati ignora completamente.

Una Narcos in versione satirica: può sembrare una forzatura, ma ci sono elementi stilistici che avvicinano queste due serie, che condividono anche una parte dei produttori. La duplicità è una costante di questa storia di ascesa, gloria e caduta agli inferi, ma sempre senza esagerare, del cileno Sergio Jadue (Andrés Parra). Ci sono il presente e il passato di quest’ultimo, che si alternano costantemente, con la differenza cruciale che in un caso è alle prime armi, e poi in ascesa, nell’altro è già stato costretto da un’agente dell’FBI a fare l’informatore per loro, registrare conversazioni e rispondere a ogni input, per cercare di evitare troppi danni giudiziari, quando già è diventato il nuovo che avanza del calcio sudamericano.

Jadue, infatti, comincia come 31enne presidente di una piccola e mediocre squadra di calcio della prima serie cilena, La Calera, che si trova per una serie di accadimenti casuali eletto come presidente della federazione calcistica, più come fantoccio che per altro. Sembra il perfetto piccolo burocrate di cui nessuno ricorda il nome, ha un aspetto anonimo e trasparente e il carisma non è fra le sue doti. Quello ce l’ha la moglie Nené (Paulina Gaitan), ambiziosa e pronta a cavalcare l’ascesa sociale e di potere della famiglia. I due si trasferiscono nella capitale, a Santiago, e dal non essere riconosciuti dalla sicurezza della sede della federazione, diventano i decisori assoluti del calcio cileno.

La duplicità è anche quella del mentore di Jadue, il celeberrimo Julio Grondona, eminenza grigia della FIFA mondiale, leader della federazione argentina per decenni, e narratore, da vivo e da morte, di queste improbabili avventure. Un vero padrino di questa cupola di corruzione mondiale, che ogni quattro anni festeggia il baccanale orgiastico della Coppa del mondo di calcio, che si tramuta per chi vota le sedi e si prende una fetta della torta in un torrente in piena di soldi, per il buon sviluppo del calcio della propria nazione, ma ovviamente in buona parte per i loro conti in Svizzera o le mazzette di banconote variamente nascoste, per i più scettici e analogici. Le scene nei consessi in cui sono riuniti questi lombrosiani gonzi, solo maschi, ebbri di potere e arroganza, sono particolarmente spassose. Hanno addirittura l’immunità diplomatica fornita dal Paraguay, in una cittadina del quale, Luque, ha sede la federazione continentale, la CONMEBOL.

Parra è un gigantesco Sergio Jadue, viscido e imbranato, collerico e dallo spassoso accento cantilenante, mentre le laide avventure di questi decadenti figli di un mondo in cancrena regalano davvero momenti a tratti grotteschi, se non fossero in buona parte veri. Particolarmente interessante è il ruolo della FBI nel far scattare il FIFA Gate, versione (sud)americana, ben lontano dal ristabilimento nobile della giustizia giustizia, da parte di un paese, gli USA, “che non sa un cazzo di calcio”. L’unico personaggio centrale di finzione, l’agente sul campo Harris (la brava Karla Souza di How to get away with murder), è particolarmente interessante, divisa fra una vita privata complessa, un maschilismo dilagante fra colleghi e vertici dell’agenzia, e un rapporto particolare, a tratti sembra quasi profondo, con il suo informatore Segio Jadue.

El Presidente è un heist movie dilatato in otto episodi, che racconta il trionfo di chi parte dal nulla e diventa il primo presidente a regalare al Cile la vittoria in Copa America, oltretutto in casa, ma soprattutto uno scandalo sportivo da 150 milioni di dollari in cui il pallone ha senso solo per il suo logo da vendere e lo spazio in cui infilarci delle banconote, diventando indistinguibile dagli intrallazzi più loschi della grande finanza internazionale. Insomma, il calcio sarà anche una cosa seria, ma uno dei pregi di questa serie è il fatto di affrontarla senza che lo sia troppo, rimanendo uno spettacolo ben scritto, spassoso e non banale, ma sempre consapevole che la palla è rotonda, e bastano pochi centimetri, un tiro che gonfia la rete o che prende la traversa, per cambiare i destini di troppe persone.

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  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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