Zero Dark Thirty - la recensione del film di Kathryn Bigelow

04 febbraio 2013
4 di 5
1

Resoconto e rielaborazione (più o meno libera: importa pochissimo o niente) della caccia e dell’uccisione di Osama bin Laden, Zero Dark Thirty è anche e forse soprattutto un film capace di leggere il presente e di proporre con forza uno sguardo e un pensiero: che sono, al tempo stesso, quelli di Maya, quelli della Bigelow, quelli femmi...

Zero Dark Thirty - la recensione del film di Kathryn Bigelow

Il buio, le voci, il caos, lo choc.
Non poteva forse che partire così, Zero Dark Thirty. Richiamando alla memoria, come faceva il corto di Inarritu del film collettivo di qualche anno fa, lo sconvolgimento di un evento che è stato il più vicino e definitivo punto a capo della storia recente. Un punto a capo che ha rimesso in gioco tutto e tutti, generando caos e derive, ortodossie esasperate e nuove forme di pensiero.
E con un film potente e intenso Kathryn Bigelow, che di coraggio e intelligenza ne ha da vendere, rende conto della complessità che ne è scaturita: senza necessariamente volervi porre rimedio, ma raccontando e documentando, e portando avanti un pensiero ideologico che è personale e collettivo, di genere e universale allo stesso tempo.

Resoconto e rielaborazione (più o meno libera: importa pochissimo o niente) della caccia e dell’uccisione di Osama bin Laden, Zero Dark Thirty è però anche e forse soprattutto un film capace di leggere il presente e di proporre con forza uno sguardo e, appunto, un pensiero: che sono, al tempo stesso, quelli di Maya, quelli della Bigelow, quelli femminili tutti.
La sua prima apparizione sullo schermo, la Maya di una dolente e dolorosa Jessica Chastain, vero e proprio alter ego della regista, la fa coperta e incappucciata. Anonima. Ma bastano pochi secondi per togliersi una tuta e un cappuccio e presentarsi in tailleur: per ribadire un’identità, una specificità, il suo sesso, la sua età. E per affermarli da subito come valori.
A disagio nei confronti dei metodi poco ortodossi dei suoi colleghi, delle torture che non sono mai rappresentate dalla Bigelow con sguardo complice o giustificatorio, Maya sarà capace di apprendere, di adeguarsi ma sempre nel rispetto di una visione specifica, e per via di una forza caratteriale e di una determinazione che riescono a far passare in secondo piano la loro applicazione fisica e concreta.

Eroina in lotta costante contro gli ostacoli subdoli dovuti al pregiudizio, a meccanismi arrugginiti, alla mancanza di elasticità, Maya ha dalla sua la forza delle sue capacità e delle sue sicurezze: sa che deve darsi da fare come e più degli altri, ma rifugge dai vittimismi di troppe vetero (?) femministe e guarda alla condizione sua e del mondo in cui è inserita senza lenti ideologiche né volontà mimetiche e spersonalizzanti. Maya agisce: non esita nemmeno un secondo a denunciare l’impasse di chi non può o non sa più muoversi, e non si abbandona dando la colpa ai limiti che le sono imposti. E attraverso il suo agire - che è prima di tutto, va ribadito, sguardo e pensiero, e solo in seconda battuta azione fisica, perfino indiretta - riesce ad ottenere i risultati che spera; di più, a cambiare le cose, attraverso il riconoscimento delle sue idee e delle sue posizioni.

Tutto questo, è ovvio, ha un prezzo, e la Bigelow è troppo diretta e onesta per nasconderlo.
Per lei, a giudicare dalle inutili e insulse polemiche che hanno circondato il suo film (quella di Naomi Wolff in testa), è quello dell’invidia di chi non accetta che sappia giocare ad un gioco cinematografico prevalentemente “da uomini” meglio di loro e con una personalità precisa e definita. Per Maya è il prezzo della solitudine, e della virtuale assenza di ogni forma di privato, di un vuoto intimo e doloroso che esplode silenzioso in un finale bellissimo, quando la vanità del successo diventa finalmente palpabile.
In questo modo, però, la Bigelow non racconta solo un personaggio, ma un paese e la sua cultura. Perché rende evidente, ce ne fosse stato bisogno, come in Zero Dark Thirty Maya sia l’America tutta. Un’America sconvolta, colpita da un lutto profondo che la trasforma, colma di contraddizioni e di un’ossessione di vendetta rabbiosa e determinata, infine consapevole di quanto sia stata effimera la soddisfazione data dal suo compimento.

Per questo, anche, Zero Dark Thirty è un film caratterizzato da una solennità elettrica, tesissima e funerea, solo a tratti intervallata dall’adrenalina pura di un’azione diretta egregiamente e che è sempre conseguenza di un pensiero, e mai motore diretto di nulla.
Un film dall’andamento manniano, per via della cura per i dettagli, per il coraggio nelle dilatazioni temporali, per capacità di distrarre lo sguardo dall’ovvio e cogliere così la complessità di un mondo dai confini sfumati, che costringe a indossare il burka sopra le All Star o che prevede tappetini da preghiera dentro la sede della CIA. Per la capacità di essere avvincente e rispettoso delle esigenze di genere e di una storia senza cedere di un millimetro nei confronti delle esigenze di un personaggio e della sua intimità. Di un pensiero che può e deve essere comune e condiviso.
Perché oggi, uomini o donne, siamo un po’ tutti, come Maya: noi contro il mondo. E, come lei, dovremmo tutti trovare dentro di noi quella sicurezza tanto forte da spaventare (ma poi convincere) gli altri.
Quella sicurezza, Kathryn Bigelow ce l’ha. E, a giudicare dalle reazioni, spaventa ancora molti.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
Suggerisci una correzione per la recensione
Palinsesto di tutti i film in programmazione attualmente nei cinema, con informazioni, orari e sale.
Trova i migliori Film e Serie TV disponibili sulle principali piattaforme di streaming legale.
I Programmi in tv ora in diretta, la guida completa di tutti i canali televisi del palinsesto.
Piattaforme Streaming
lascia un commento