Wolverine - la recensione del film con protagonista il più amato degli X-Men

28 aprile 2009

Arriva finalmente nelle sale lo spin-off della saga degli X-Men dedicato al più popolare dei mutanti della Marvel. E, come suggerisce il titolo integrale del film, X-Men le origini: Wolverine, Gavin Hood e Hugh Jackman cercano di scandagliare nel passato e nella psicologia di Logan.

Wolverine - la recensione del film con protagonista il più amato degli X-Men

Wolverine - la recensione

La dualità di un personaggio come Wolverine, emerge in maniera piuttosto chiara dal film che fa del mutante dallo scheletro di adamantio il suo protagonista assoluto. Uomo e bestia, ragione e passione, coscienza e istinto. D’altronde, l’han già spiegato bene Gavin Hood e Hugh Jackman quando son venuti a presentare il film a Roma. Altrettanto chiaramente, però, emerge dal film un’altra dualità, tutta legata invece allo stile e al tono che realizzatori e produzione hanno voluto dare al prodotto Wolverine.

Hood non è regista da appiattirsi banalmente e di rimessa su facili modelli da blockbuster preconfezionato, ma non è nemmeno uno di quelli che, persino messi al timone di un cinecomic senza grandi velleità intellettuali, mettono la loro autorialità in cima alla lista delle priorità dimenticando le esigenze dello show-business. Ma certo è che a volte lo stile di Wolverine risulti piuttosto ondivago e che certe scelte appaiano eccessivamente compromissorie: se da un lato non si nascondono affatto le ambizioni relative alla psicologia del personaggio e alla loro astrazione su un piano più ampio, dall’alto sembra quasi si tema che il tono più fracassone e scanzonato della sceneggiatura (che presenta qui e lì qualche one-liner davvero apprezzabile) non sappia bene come inserirsi e amalgamarsi bene in questo contesto. Insomma, siamo lontani  (equidistanti?) dal peso di film come Il cavaliere oscuro nonostante qualche ambizione ci sia, così come da prodotti più fieramente legati alla “serie B”. Ma, in fondo, è anche difficile negare che il ruolo da "blockbuster contemporaneo puro e semplice" non sia portato a casa con una certa abilità.

Logan, il suo passato, il suo sviluppo come uomo e come arma vivente, vengono raccontati con passione ma senza eccessiva incisività. Hugh Jackman, dal canto suo, fa quel che deve: urla al cielo di rabbia, dolore frustrazione in ben tre momenti del film, mostra i muscoli pompati e vascolarizzati a dovere quando deve, tenta i toni più sottili quando la regia o la sceneggiatura glielo richiede. Certo è che la ferocia rabbiosa e ferina di Victor Creed, alias Sabretooth – supportata da un sempre bravo Liev Schreiber, convincente e intenso anche nei panni, per lui inediti, di mutante – ruba la scena al nostro in più di un’occasione. È lui il personaggio più carismatico del film, anche dal punto di vista della psicologia: con buona pace dell’avvenenza di Lynn Collins (Silver Fox), del mestiere di Danny Huston (Stryker) o del simpatico maledettismo vagamente bohemien di Gambit (interpretato da Taylor Kitsch).



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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