X-Men: L'inizio - la recensione del film

08 giugno 2011
3 di 5

Passata nelle mani di Matthew Vaughn (e della fida co-sceneggiatrice Jane Goldman), la saga cinematografica degli X-Men ritrova lo smalto e lo spirito degli originali firmati da Bryan Singer.

X-Men: L'inizio - la recensione del film

X-Men: L'inizio - la recensione

Passata nelle mani di Matthew Vaughn (e della fida co-sceneggiatrice Jane Goldman), la saga cinematografica degli X-Men ritrova lo smalto e lo spirito degli originali firmati da Bryan Singer, bypassando gli eccessi baracconi e superficialmente (in più di un senso) disimpegnati del capitolo firmato da Brett Ratner come le incertezze ondivaghe dello spin-off più di recente dedicato a Wolverine.
Lontano da ogni intenzione revisionista, e con chiara consapevolezza della posizione industriale che gli è stato implicitamente richiesto di occupare, X-Men: L’inizio torna al cuore (pulsante e conosciuto) di una mitologia, ibridando cinecomic e Bond-movie, innestando qualche sparuto riferimento teen e abbondando nella ricercatezza del decor di scenografie e costumi.

A prima vista, appunto, il tratto più distintivo del film di Vaughn si ritraccia in questa insolita collocazione estetico-temporale, quella dei primi anni Sessanta, e dell’ibridazione della storia con la Storia. Elemento, quest’ultimo, di non straordinaria carica innovativa, ma trattato con uno spirito spurio e meticcio che risalta e dovrebbe far pensare, considerata la natura esplicitamente genetica di una saga come questa.
Allo stesso tempo, la reiterazione delle tematiche che inevitabilmente costituiscono le fondamenta narrative delle vicende degli X-Men – dalle metafore sulla diversità al senso intimo del termine integrazione, le differenze altrettanto profonde di questo con altri come omologazione o segregazione – sono portate avanti con chiara volontà affermativa, ma senza un’apparente volontà di aggiungere molto a quanto Singer e chi l’ha seguito hanno dichiarato finora.

Appare allora evidente che non siano quelli, per quanto sbandierati e sottolineati, i temi che stanno a cuore a Vaughn, che invece preferisce concentrarsi su una più generica, ma non per questo meno significante, idea quasi filosofica di conflitto.
Procedendo dal macro al micro, conflitto è quello tra le due superpotenze, per quanto manipolate. Conflitto è quello tra le posizioni politiche e filosofiche all’interno della pur neonata comunità mutante. Conflitto è quello via via più evidente tra le personalità speculati di Charles ed Erik. Conflitto, infine, è quello tutto interiore al personaggio che è il vero cuore (e motore) del film, proprio il Magneto a venire di Michael Fassbender.
E attraverso gli equilibri e gli squilibri che evitano o causano conflitti, ecco che si dispiegano gli eventi del film, facendo sì che si costruisca un ragionamento sulla natura intima e umana della nozione di conflitto stessa.

Proprio come i mutanti, pur gradino successivo al nostro della scala evolutiva, non sono in grado di superare la tendenza alla (auto)distruzione della razza umana, ecco però che Vaughn non riesce ad evitare uno dei mali di quella contemporaneità (cinematografica e non solo) che apparentemente cercava di scavallare e scardinare con l’impianto del suo film. Il male della frenesia e della troppa velocità, di un multitasking sensoriale e narrativo che sottrae molto del senso, della spessore e della profondità potenziali del film.
Se in X-Men: L’inizio resta il grande vuoto di un ragionamento sul sentirsi freak e differenti che il lavorare con una generazione (quasi) adolescenziale poteva permettere, resta anche la forza magneticamente attrattiva dell’unico elemento cui Vaughn concede gli spazi e i tempi necessari al suo dispiegarsi pienamente. Perché, anche nella crudezza di una violenza sempre censurata ma comunque ben più accentuata che in altri film della stessa serie, è la furia dolente di Erik il sentimento dominante del film.
Di un film che però non riesce a mettere sempre a fuoco quello spazio tra rabbia (appunto) e serenità nel quale, secondo il giovane Xavier, risiede il segreto della perfetta concentrazione.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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