World War Z - la recensione del film con Brad Pitt

23 giugno 2013
2.5 di 5

Molto action e poco horror nell'atteso film di Marc Forster

World War Z - la recensione del film con Brad Pitt

Se siete dei fan degli zombi di George A. Romero o di quelli di The Walking Dead, le decomposte, schifose creature che divorano in spietati dettagli grafici le loro vittime ancora vive, dimenticateli. Perché World War Z non appartiene a questa categoria. Se invece siete sempre stati refrattari, per i motivi di cui sopra, a vedere questo tipo di film, magari questo potrebbe essere un approccio sicuro e controllato al genere.

Ma facciamo un passo indietro: Brad Pitt legge il romanzo di Max Brooks dal titolo omonimo e se ne innamora, acquista i diritti con la sua Plan B e decide di interpretare il film che ne verrà tratto. Il problema, però, soprattutto per gli sceneggiatori, è che il libro del figlio di Mel Brooks non ha una storia: ne ha decine, visto che è composto interamente da interviste - raccolte da un misterioso cronista della guerra mondiale agli zombi - in varie parti del mondo, con sopravvissuti dell'epidemia ormai quasi debellata. Strateghi militari, capi di stato, virologi, cittadini comuni, dipingono con le loro testimonianze – in un libro un po' arido, spesso di faticosa lettura – il sorgere del problema, le strategie messe in atto per affrontarlo, le battaglie, le fughe miracolose, ecc. Si parla soprattutto della gente, più che degli zombi.

Di fronte a questo materiale, gli sceneggiatori ovviamente annaspano: viene chiamato lo specialista Damon Lindelof, ma neanche lui riesce a far altro che a inventare una traccia narrativa e un eroe - del tutto assente nel libro - per il suo protagonista. La sceneggiatura viene ritoccata anche in fase di riprese, che si svolgono in buona parte a Glasgow, e il risultato è l'ibrido che vediamo sullo schermo: un dignitoso ma non entusiasmante action movie per tutti, in cui gli zombi sono visti quasi sempre dall'alto, in una massa insettoide brulicante (visivamente forse la parte più interessante del film) e mai mentre azzannano qualcuno (insomma, World War Z non è propriamente un horror).

L'inizio, con l'esplosione dell'epidemia nella metropoli, è indubbiamente efficace, col panico, la frenesia e il caos assoluto che si scatenano tra i cittadini colti quasi di sorpresa dall'invasione annunciata dei morti viventi, col loro rapidissimo contagio. Si tratta infatti di una pandemia, una specie di virus che viene sconfitto, come accadeva nei B-movies degli anni Cinquanta, per via omeopatica. E' tutto qua: inutile cercarci metafore sociali o politiche, come nei migliori film del genere.

Quello che interessa principalmente a Brad Pitt e al regista Marc Forster, autore con un penchant per le storie intimiste, è il tema della famiglia, a cui il nostro bello e valoroso eroe (non per niente l'attore è stato Achille) vuole riunirsi a dispetto della fine del mondo, e l'attenzione è dunque incentrata su un personaggio che è al tempo stesso deus ex machina, miracle maker e integerrimo padre e marito.

Nel cast, preso in giro per il mondo e composto per lo più da attori poco noti (non solo al pubblico americano) c'è anche il nostro Pierfrancesco Favino, che sta diventando un habitué delle produzioni hollywoodiane ed è bravo come al solito, anche a recitare in lingua inglese. Matthew Fox, Moritz Bleibtreu e - soprattutto - lo straordinario caratterista David Morse, sono ridotti a poco più che comparse, il che fa pensare a molte scene tagliate al montaggio.

World War Z, in definitiva, sembra fatto di pezzi di un film che non si è riusciti a completare perché sarebbe durato e costato troppo, deve accontentarsi di una trama elementare, di qualche momento di suspense e della buona riuscita degli effetti digitali, ormai predominanti sui cari, vecchi e artigianali FX. Ma a ben guardare, con tutte le vicissitudini che ha avuto, è già un miracolo che sia arrivato in qualche forma sullo schermo.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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