Wonder Woman 1984: la recensione del film con Gal Gadot

12 febbraio 2021
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Il cinecomic scritto e diretto da Patty Jenkins è dal 12 febbraio disponibile per l’acquisto e il noleggio premium su Amazon Prime Video, Apple Tv, Youtube, Google Play, TIMVISION, Chili, Rakuten TV, PlayStation Store, Microsoft Film & TV e per il noleggio premium su Sky Primafila e Infinity.

Wonder Woman 1984: la recensione del film con Gal Gadot

L’incipit ambientato a Themyscira pare una versione più spettacolare di American Gladiators, con appena una spruzzata di partita a Quiddich. E, tutto sommato, è anche la parte più avvincente di tutto il film.
Da lì, Patty Jenkins ci catapulta nell’anno chiaramente indicato nel titolo, nel pieno di anni Ottanta coloratissimi e cotonatissimi, bidimensionali e caricaturali, tutti aerobica, edonismo reaganiano e giacche alla Miami Vice (la serie, non il film.
Gli anni Ottanta nei quali se il volere non era magari davvero potere, era sicuramente aspirare: al successo, ai soldi, alla gloria. Al trionfo dell’individualismo.
E però la moralina di Wonder Woman 1984, che non poteva mancare, è chiara ed esplicita: be careful what you wish for.
Moralina cui Patty Jenkins avrebbe dovuto attenersi con più attenzione. Così come avrebbe dovuto ascoltare di più i moniti fatti alla protagonista che lei stessa non solo ha diretto, ma ha anche scritto: quelli per cui la verità è l’unica cosa che conta, e le scorciatoie - per il successo, per i propri scopi, per i propri sogni - non valgono. Anzi, sono controproducenti.

Gli anni Ottanta non sono solo nel trucco e nel parrucco, negli abiti e nelle auto: sono anche negli occhiolini ripetuti alle origini stesse del cinecomic: i Superman, certo, ma anche qualcosa del primissimo Uomo Ragno. Il risultato, spesso, è quello di un camp che è involontario quanto un certo ridicolo.
In questo contesto Gal Gadot si muove con passo sicuro ed elegante, felino - a dispetto di una certa sua antagonista interpretata da Kristen Wiig - sempre a metà tra la passerella e l’arena, l’attrice e la modella; ma alla lunga fatica a tenere in piedi una facciata di credibilità a Diana, che è a sua volta sospesa tra l’ideale romantico (uno Steve redivivo) e bene comune.
Jenkins, dal canto suo, si affanna a intrecciare, come meglio può, un numero forse eccessivo di piani narrativi e di temi, finendo col fare un po’ di confusione, e di scivolare nel banale. E le sottolineature femministe, e i maschi cattivi e predatori, allupati e faciloni, quelle non sono mai troppe: come se la questione non fosse abbastanza chiara.

Nel 1984 Wonder Woman impara perfino a volare. Galleggia su una storia leggera, aerea. Impalpabile. Perché lei - il personaggio, non il suo fisico - lo è di più.
Wonder Woman 1984 è gassoso: quando azzarda la solennità, si cimenta con l’azione, quando gioca con l’ironia, o col romanticismo (che è esangue e asessuato). Certo, sempre meglio della pesantezza da cinghiale sullo stomaco del resto del cinema DC (quella dei fumetti, non il partito): ma fermarsi un attimo prima non avrebbe fatto un soldo di danno.
Jenkins ha voluto tanto, troppo, come il villain di un parruccatissimo e agitatissimo Pedro Pascal. E anche lei ha pagato un prezzo troppo alto.
Anche quelli cui il villain concede i desideri pagano un prezzo alto per i loro desideri, e lo stesso accade allo spettatore che pure ambiva solo all’intrattenimento.
Alla fine tutto si risolve, e tutti tornano sui loro passi, e le cose tornano a posto. Fortunatamente tornano a posto anche per noi, coi titoli di coda, perché WW84 non fa danni, tantomeno permanenti.
Un po’ di fastidio per quel non attenersi davvero alla moralina della verità, e allo stigma delle facili scorciatoie c’è, ma viene archiviato in fretta.
E WW84 passa, dopo 150 interminabili minuti, senza lasciar traccia.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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