Womb - la recensione del film con Eva Green

24 agosto 2012
3.5 di 5
4

Fantascienza in senso lato, asettica ed esistenziale, in un film che parla d'amore e clonazione


Se il fatto che parli di clonazione, che ricordi per temi e (alcune) atmosfere il bel Non lasciarmi di Mark Romanek sembrerebbe spingere Womb all’interno della neonata (?) categoria della fantascienza esistenziale, una cosa bisogna dirla subito. A Benedek Fliegauf degli aspetti scientifici e filosofici della sua storia interessa poco o nulla.
Tutta la sua attenzione, invece, si concentra sull’aspetto interiore, sentimentale e amoroso del film. Con un anti-romanticismo tutto da scoprire.

D’altronde, era evidente già dalla trama, essenzialissima, del film (quella di una giovane donna che, distrutta per la morte del suo grande amore, decide di partorirne il clone), più che territori filosofici o esistenziali
Womb avrebbe esplorato quelli del desiderio, del sentimento e della psicanalisi.
Senza mai lasciarsi nemmeno tentare dalle possibilità scandalose e scandalizzanti del tema dell’incesto, Fliegauf utilizza la sua storia per mettere in scena un complesso, doloroso e inquietante dilemma amoroso e identitario: il personaggio di una brava e misurata Eva Green, che recita con gli occhi ed il corpo più che con le parole, è costretto a vivere una scissione lacerante, a dover vedere sovrapposto l’amore per un figlio a quello per colui che era stato e potrebbe nuovamente diventare un amante, a dover sopprimere con silenziosa violenza un aspetto moralmente disdicevole ma sentimentalmente irrepressibile. E che, infatti, emerge con disagio nei momenti in cui l’Edipo psicanalitico e genetico di suo figlio porta il rapporto verso zone minate e pericolose.

Lasciando che le questioni relative alla predestinazione contenuta in un DNA, vengano sviluppate e raccontate altrove, l’ungherese si limita ad esporre gli elementi che gli stanno a cuore lasciando che gli approfondimenti avvengano tutti nella testa dello spettatore, suggerendo ma senza insistenze, concentrandosi su una questione estetica e formale mai fine a sé stessa né sterilmente estetizzante.
Perché utilizzando gli spazi sterminati, senza confini delle splendide location (le coste tedesche del nord, nei pressi di Sankt Peter-Ordning), Fliegauf non fa facile cartolinismo, ma lascia che il rapporto morboso e claustrofobico tra i suoi due protagonisti esploda in uno spazio che, per converso, sembra implodere in loro nella sua magnetica e desertica natura.

E
Womb, imperfetto, inconcluso e, per questo, coerente con sé stesso, non è allora arrogante e sterile esposizione autoriale ma oggetto scomodo e dialettico nel quale immergersi silenziosamente.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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