Wilde Salomé - la recensione del film di Al Pacino

11 maggio 2016
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Arriva in sala 5 anni dopo la sua realizzazione la storia di un'ossessione e un affascinante viaggio tra arte e vita del grande attore, che ha rivelato il talento di Jessica Chastain.

Wilde Salomé - la recensione del film di Al Pacino

La Salomè di Oscar Wilde, scritta nel 1891 in francese e tre anni dopo tradotta in inglese, è uno dei maggiori capolavori del teatro e della letteratura mondiale. Trasposta anche in opera lirica da Richard Strauss, la vicenda della passione fatale di Erode per la giovane figlia della moglie Erodiade, che profetizza in modo inquietante le sorti del suo geniale autore, è stata rappresentata innumerevoli volte a teatro (anche se in Inghilterra fu al bando per decenni) e al cinema fin dall'epoca del muto, nel 1918 con Theda Bara e nel 1922 con Alla Nazimova, fino alla splendida Salomé di Carmelo Bene del 1972, che siamo sicuri Al Pacino avrebbe apprezzato.

Del film di quest’ultimo, Wilde Salomé, esistono in realtà due versioni, quella presentata nel 2011 alla Mostra del cinema di Venezia e quella uscita nel 2013 senza le (poche) parti documentaristiche. In entrambi i casi si tratta di un ritorno ai temi e allo stile del suo Looking for Richard sull'opera di William Shakespeare e il fatto che in Italia arrivi finalmente al cinema è uno di quei casi in cui il vecchio detto “meglio tardi che mai” è decisamente appropriato. Il fascino dell’operazione messa in piedi da Al Pacino - in un’opera che intreccia reading teatrale, documentario, film e dietro le quinte - sta principalmente nel tema dell’ossessione, declinato nell’opera dalla passione di Erode per Salomé e nella vita dell’attore da quella per il teatro, per Oscar Wilde e per se stesso.

Mettersi in scena con selezionati momenti di svelamento (di vita privata si mostra poco, se non per un attimo i figli più piccoli che vivono a Los Angeles, subito usciti di scena) per un divo del calibro di Pacino significa infatti mostrare quello che di regola non si vede nella professione di un attore e di un regista e nel suo caso, quindi, cosa lo fa grande agli occhi del pubblico. A volte dispotico e megalomane ma sempre carismatico e charmant, l’attore sa che alla star tutto è concesso. Lo vediamo così perdere le staffe quando gli si chiede di ridurre i tempi di lavorazione, mangiare velocemente un sandwich, complimentarsi con la sua splendida interprete (è questo il ruolo che ha rivelato il talento di Jessica Chastain), lo ascoltiamo modulare la sua inconfondibile voce fino a dargli inflessioni femminee nei panni di Erode, lamentarsi di non riuscire a far vedere l’anima al primo ciak e sempre e comunque lo ammiriamo e lo troviamo unico e desiderabile.

E di questo lui, regista e creatore del progetto, è perfettamente consapevole. Anche quando rilascia autografi o “interagisce” coi fan, risulta evidente la sua distanza dai comuni mortali, che è quella di chi vive parte della sua vita nelle zone più alte dello spirito rispetto all’uomo la cui cultura coincide con quella di massa. Una distanza che si fa ancora più evidente quando molti tra il pubblico abbiente accorso ad assistere a un costosissimo reading di Salomé (tutti medici e dentisti, scherza l’attore) se ne vanno prima della fine indignati per il fatto che non si tratta di un vero e proprio spettacolo teatrale. È proprio per questo che Wilde Salomé è particolarmente affascinante e quello che ci cattura maggiormente è la creazione dello spettacolo in sé. A conti fatti appare quasi logico l’incontro di Pacino con l’opera di un altro grande narcisista, il cui misterioso legame con l’arte e con l’ingrato Bosie, il giovane amante che lo portò alla rovina, è appena scalfito dalla “gita didattica” che l’attore fa nei luoghi di Wilde, dal racconto della sua turbolenta vita di star dell’epoca fino alla terribile caduta, al carcere, all’ostracismo e alla morte in povertà in un albergo parigino e dai frammenti di interviste col commediografo Tom Stoppard, lo scrittore Gore Vidal o lo stesso nipote dello scrittore irlandese.

Ma la passione è autentica e contagiosa, anche per chi già familiarità con la storia e l’opera dell’autore. Chi lo conosce solo per i suoi brillanti aforismi riproposti fino alla nausea sui social, ne scoprirà qua anche il lato più tragico e magari sarà invogliato a leggere La ballata del carcere di Reading (“ogni uomo uccide ciò che ama”), dove passò due terribili anni ai lavori forzati a causa della sua omosessualità, “l’amore che non osa pronunciare il suo nome” . In fondo però su Wilde esistono già film e tv movie e a parer nostro non è questa la parte più interessante della “versione Pacino”. Lo è la sua scoperta e la riproposta – quella sì necessaria – di un testo ipnotico, prezioso e perfetto, che racconta sotto forma di metafora l’abisso che ci si può spalancare sotto i piedi quando le nostre passioni diventano predominanti, l’incoscienza del desiderio e la megalomania del potere.

È lo specchio di una vita spezzata, che in alcune scene toglie letteralmente il fiato: quando Salomé da ragazzina capricciosa si trasforma in demonio scatenando la sua danza sensuale e selvaggia sotto lo sguardo lubrico di Erode, che alla fine da re diventa mendicante, implorandola invano di cambiare idea sulla ricompensa - la testa del profeta Iokanaan su un vassoio d’argento -, sui volti e sui corpi degli attori leggiamo l’anima di personaggi alle prese con l’oscuro e irresistibile potere della carne sullo spirito e dell’istinto sulla volontà. Una magia che solo i più grandi sono in grado di sprigionare.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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