White God: recensione di una storia di vendetta canina

13 dicembre 2014
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L’ungherese Kornel Mundruczo dirige un film di una straordinaria potenza visiva.

White God: recensione di una storia di vendetta canina

D’accordo: la ribellione canina di White God ci fa pensare alle scene finali del L’alba del pianeta delle scimmie , anche se al posto del Golden Gate Bridge c’è un ponte che attraversa la mitteleuropea Budapest.
E sì, la furia improvvisa degli animali proverbialmente conosciuti come i migliori amici degli uomini può essere paragonata alla follia omicida dei volatili de Gli Uccelli.
Però, aldilà di un altro paio di similitudini – con “Il flauto magico” di Mozart e con Amores perros – il quinto film di Kornél Mundruczò ha veramente qualcosa di nuovo e rivoluzionario, tanto nella forma quanto nel contenuto.

Che non si tratti di una versione grandguignolesca di Torna a casa Lassie! né di una specie di thriller apocalittico, lo si intuisce dalle scene iniziali.
Nella prima, una ragazzina in bicicletta percorre le strade della città inseguita da un branco di cani fra cui c’è il suo amato Hagen. Nella seconda, ambientata all’interno di un mattatoio, alcuni uomini intervengono sulla carcassa di una mucca.
Già in questi pochi minuti sembra che regista voglia svelarci la doppia anima di un film che è romanzo di formazione e insieme favola nera, storia del ricongiungimento fra un padre e una figlia e cronaca di una perdita dell’innocenza che culmina nel trionfo della bestialità.

Il punto non è distinguere i buoni dai cattivi - perché quando le belve iniziano a perpetrare la loro vendetta passano dalla parte del torto - ma rendersi conto che nel mondo, e in particolare in quell’Ungheria che di recente ha sviluppato simpatie neonaziste, il male ha messo radici profonde, alimentato da discriminazioni razziali, sessuali, di classe. Certo, qualche incantatore di serpenti esiste, qualche puro di cuore può ancora sperare di opporre la tenerezza a una violenza viscerale che inghiotte ogni cosa, ma la visione del film, sempre di una straordinaria potenza visiva anche nelle scene più quiete ed evocative, è piuttosto disperata.

Disperata è anche la vita senza il suo cane della piccola Lili, fotografata nel rituale di passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Mundruczò ha sempre l’intelligenza di alternare il suo viaggio interiore alle disavventure e al ritorno alla primordialità di Hagen, mettendo la macchina da presa ora ad altezza bambino, ora ad altezza cane. Da quanto ricordiamo, nessuno prima di lui è riuscito così bene a raccontare una storia dal punto di vista di un animale, almeno al cinema, perché in letteratura gli esempi sono molteplici.

In White God, poi, è tutto vero: non ci sono effetti speciali, non si ricorre alla computer grafica, i cani non sono pupazzi e sono stati addestrati a rincorrersi, a fare branco e a trasformarsi in macchine da guerra.
Perché questa scelta così antieconomica in termini di tempo e di risorse? Perché solo la verità rende giustizia all’urgenza di raccontare, solo la realtà riprodotta così com’è aiuta un messaggio a diventare necessario.

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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