War Horse Recensione

Titolo originale: War Horse

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War Horse, la recensione del film di Steven Spielberg

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War Horse, la recensione del film di Steven Spielberg


Una casa isolata nella natura, sferzata dal vento e dal sole, una famiglia che lotta contro il ciclo dei propri campi per conquistarsi un raccolto che possa permettere di pagare l'affitto. Un padre sempre con la bottiglia in mano, un cavallo e un figlio che lo doma e diventa il suo migliore amico. Ma arriva la guerra che reclamerà il suo prezzo. Non siamo nel west americano, ma in quello britannico e la guerra non è quella di Secessione ma la Prima Guerra Mondiale. In War Horse Spielberg mette tutto l'amore possibile per il cinema western, per John Ford, ma realizza piuttosto una grande epica di avventura e puri sentimenti. Un racconto di amicizia assoluta fra un cavallo e il ragazzo che lo ha domato. Domare il cavallo è un rito che crea un legame fortissimo, pur non essendo fra i Na'vi di Pandora. Anche in uno sperduto crinale del Devonshire può fare capolino la bellezza, o meglio il suo culto, con un uomo che invece di comprare un robusto cavallo da lavoro utile nei campi si fa sedurre dalla bellezza di un puro sangue che diventerà il sodale del figlio adolescente.

Quando il cavallo andrà (letteralmente) in guerra il ragazzo sarà distrutto dalla perdita e prima farà di tutto per assicurarsi che venga trattato bene e poi, raggiunta l'età giusta, sarà lui in prima persona a cercarlo per tutto il fronte occidentale. Salvate il cavallo Joey, verrebbe da dire, ma in fondo qui è il ragazzo a dover essere salvato, il protagonista assoluto è il puro sangue pronto ad affezionarsi ai compagni di galoppata che il destino gli riserverà. In fondo nel libro da cui è tratto il film è il cavallo in prima persona a raccontare la sua storia.

Fra qualche omaggio qua e là, soldati a cavallo che partono alla carica nel 1914 con in pugno solo sciabole e carrelli d'amore per Kubrick il film ha una fotografia artificiosa del solito Janusz Kamisnki qui in una delle sue prove meno convincenti. War Horse è un film che assomiglia a quei libri che sfogliandoli si animano, ma una volta riabbassata la pagina ritornano a perdere una dimensione, quella che Spielberg nel film non cerca proprio volendo semplicemente raccontare un grande affresco di avventura, di buoni sentimenti in cui la guerra, la lotta di una famiglia per la sopravvivenza, sono solo ostacoli per il ricongiungimento dell’eroe con il suo perseverante amico. Siamo sempre in attesa di qualcosa, di un rimo che decolli, forse di una sagoma che si stagli lì in fondo all'orizzonte, come in un bel western struggente, ma siamo dalle parti piuttosto di Zanna bianca e l'identificazione emotiva dipende molto dalla passione per i veri protagonisti, i cavalli.

La bellezza di un fiero cavallo e di un sentimento puro contro la bruttura assoluta della guerra. Poteva essere uno spunto interessante, così come un accenno sui ragazzi giovanissimi in trincea e sulla loro codardia, ma rimane appunto solo un contrappunto sullo sfondo, in primo piano rimane lui, Joey, che si allontana verso l'orizzonte insieme al suo fido Albert.

War Horse
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Mauro Donzelli
  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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