Vitti d'arte, Vitti d'amore: la recensione dell'omaggio alla grande attrice per i suoi 90 anni

21 ottobre 2021
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Presentato alla Festa del cinema di Roma Vitti d'arte Vitti d'amore, documentario di Fabrizio Corallo dedicato a una straordinaria attrice che il 3 novembre compirà, purtroppo in assenza, 90 anni. La recensione di Daniela Catelli.

Vitti d'arte, Vitti d'amore: la recensione dell'omaggio alla grande attrice per i suoi 90 anni

Quella di Monica Vitti è l'assenza più dolorosa del cinema italiano: costretta a sparire dalle scene da una malattia di quelle che non perdonano, nel pieno della sua maturità artistica, a 60 anni, il fantasma di questa straordinaria, inafferrabile attrice, continua a ricordarci quanto abbiamo perso con la sua scomparsa ancora in vita e quanto ancora avrebbe potuto continuare a farci riflettere e a rallegrarci. Forse per questo anche Vitti d'arte, Vitti d'amore, il documentario omaggio che Fabrizio Corallo dedica all'attrice in occasione del suo novantesimo compleanno, il 3 novembre (due giorni dopo il film andrà in onda su Rai 3 in prima serata), ci lascia un sapore amaro in bocca, man mano che dai suoi inizi si arriva all'inevitabile fine (la chiusa, toccante, tocca a Michele Placido e spiega l'apertura e la chiusura del film su una villa Borghese deserta e notturna).

Perché è davvero triste quando si celebra la vita e la carriera di una persona che ci ha lasciato non per sua volontà, ma per un destino crudele contro il quale non si può fare nulla. Il nome d'arte di questa straordinaria attrice, nata Maria Luisa Ceciarelli (un cognome storpiato e dunque cambiato con metà di quello della madre, Vittigli) si presta a dei giochi di parole che lei, così ironica, avrebbe sicuramente apprezzato: si intitolava La dolce Vitti la mostra che le venne dedicata a Roma nel 2018, mentre il titolo del documentario di Corallo scherza su uno dei suoi personaggi più famosi, la Tosca nel film di Luigi Magni con Gigi Proietti. Ma il motto della tragica eroina pucciniana, a conti fatti, potrebbe essere anche quello di questa attrice per vocazione, che esordisce sul palcoscenico a 14 anni e mezzo, come ricorda nel film, e che ha sempre e solo voluto recitare. Sergio Tofano per primo ne intuisce le potenzialità comiche e la fa lavorare in storie tratte dal suo Signor Bonaventura, dove la vediamo addirittura baffuta. A teatro negli anni Cinquanta calca le scene con Gianrico Tedeschi e altri attori più esperti che si divertono a mettere in mezzo questa giovane e talentuosa ragazza, ancora bruna.

Poi arrivano il doppiaggio e il cinema, con l'incontro con Michelangelo Antonioni, il primo importante compagno di vita, con cui realizza la tetralogia dell'incomunicabilità, da L'Avventura a Il deserto Rosso, film che le danno fama internazionale. Nel suo bellissimo sguardo il regista legge sensualità, fragilità e malinconia, un lato dell'attrice che fa parte anche della sua personalità, ma che viene ribaltato dai film comici che seguono a questi e che la vedono collaborare con Monicelli, Salce, Festa Campanile, Magni, Di Palma, Sordi e molti altri al fianco dei mostri sacri del cinema italiano, unica mattatrice tra tanti maschi. Senza dimenticare la sua carriera all'estero, con Joseph Losey per Modesty BlaiseMiklós Jancsó per La pacifista e il genio di Luis Bunuel che la volle per Il fantasma della libertà. Poi c'è l'incontro con un altro compagno di vita e di lavoro, Roberto Russo, a cui la lega un grande amore nonostante gli anni di differenza. È lui a dirigerla due volte, in Flirt e Francesca è mia. Il suo ultimo film, Scandalo segreto, da lei scritto e diretto, le vale il premio come miglior attrice al Festival di Barcellona, due Globi d'oro e una candidatura al David di Donatello come miglior regista esordiente. Purtroppo, proprio negli anni che precedettero il suo forzato abbandono, Monica Vitti ebbe il grande dolore di un incendio che distrusse la sua casa, i suoi premi e i suoi ricordi.

Noi come pubblico non possiamo non ricordarne con un sorriso la risata, la bellezza, la voce, l'intraprendenza, la capacità – come viene sottolineato nel documentario – di mettersi alla pari con gli uomini in film che in alcuni casi (Amore mio aiutami) sarebbe oggi impossibile realizzare, ma dove risponde colpo su colpo alla violenza e alla prepotenza (non è forse lei l'indimenticabile ragazza con la pistola?). Colpisce come il suo ultimo compagno di vita, Roberto Russo, le sia rimasto devoto e l'abbia protetta dal mondo per tutti questi anni, come lei stessa avrebbe desiderato. Sono molte le testimonianze che nel film provano a raccontare cosa ha rappresentato per loro e per il cinema italiano Monica Vitti, una delle nostre poche e autentiche star: Carlo Verdone, Enrico Vanzina, Paola Cortellesi, Michela Ramazzotti, Valerio Caprara, Enrico Lucherini, Gloria Satta, Masolino D'Amico e molti altri. Ma è davvero difficile definire una donna e un'artista così unica, che ci ha lasciato, come dicevamo, la sua palpabile assenza e che tutti sogniamo di rivedere, almeno una volta, pur non essendo sicuri che è lei, come è accaduto a Michele Placido. In questa mancanza possiamo solo farle sentire che le abbiamo voluto tanto bene e che ancora gliene vogliamo, sperando che in qualche modo possa giungerle almeno l'eco dell'amore di un pubblico a cui ha dato tanto.



  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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