Viola di mare, la recensione del film di Donatella Maiorca

15 ottobre 2009

Ad undici anni dall’esordio di [email protected], Donatella Maiorca torna alla regia cinematografica per raccontare la storia surreale (ma ispirata ad una realmente accaduta) di un amore lesbico su di un’immaginaria isola siciliana dell’Ottocento. Uno dei tre film italiani del Concorso di Roma 2009.

Viola di mare, la recensione del film di Donatella Maiorca

Viola di mare, la recensione del film di Donatella Maiorca

"Il buon padre voleva un maschietto, ma ahimè sei nata tu...": solo che in Viola di mare, al contrario di quanto avveniva in Lady Oscar, per mettere “il fioretto nella culla” della figlia il manesco padre di Angela ha aspettato che la ragazza fosse ben cresciuta e le dichiarasse esplicitamente la sua omosessualità, non prima di aver cercato di raddrizzarla segregandola in una botola sotterranea per settimane. Perché nel film di Donatella Maiorca, l’amore di Angela per Sara che è al centro della narrazione riesce a trionfare (momentaneamente) grazie ad un artificio tanto sfacciato quanto surreale: fermi tutti, ci siamo sbagliati, questa ragazza è in realtà un ragazzo. E siccome papà è il braccio destro del Barone, tutti ad ammirare i vestiti nuovi dell’Imperatore.

Piaccia o meno, non è il soggetto a lasciare perplessi, in Viola di mare, quanto il suo sviluppo e la sua messa in scena. Forse eccessivamente influenzata dalle esperienze televisive degli ultimi anni (ha diretto serie come Un posto al sole e La nuova Squadra), la Maiorca tenta di rendere il suo film dinamico e accattivante attraverso una regia nervosa e assai poco “ottocentesca”, ma s’impantana in una scarsa fluidità del racconto che, oltre a rallentare drasticamente il ritmo, sembra eccessivamente improntato su modalità che richiamano alla mente la frammentarietà e gli standardizzati cliffhanger delle soap opera più che la matrice feuillettonesca che l’ambientazione avrebbe concesso.

Ma a colpire maggiormente, e non in positivo, è come in una storia di questo genere sia la sensibilità femminile e femminea a latitare: e non solo perché si mostra come la trasformazione “fisica” di Angela in Angelo la conduca ad un mutamento anche caratteriale. E tutto si traduce in una storia un po’ sbrodolata incentrata sull’accoppiata eros & thanatos dove la variante legata al lesbismo non è applicata né con militanza né con la giusta sensibilità.

A Viola di mare e alla sua storia d’amore mancano passione e vero romanticismo, sentimento e carnalità: e le scene saffiche tra le due protagoniste vivono di una patinatura soft-porno e pseudo feticista che fanno da perfetto pendant con un ritratto cartolinesco della Sicilia dell’epoca, i suoi “segreti” e le sue dinamiche: richiamo enogastronomico ai pomodori messi a seccare al sole nel finale compresi.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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