Vice - L'uomo nell'ombra Recensione

Titolo originale: Vice

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Vice - L'uomo nell'ombra: la recensione del film biografico su Dick Cheney con Christian Bale

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Vice - L'uomo nell'ombra: la recensione del film biografico su Dick Cheney con Christian Bale

La grande scommessa di Adam McKay, quella del film omonimo del 2016, era stata vinta a mani basse.
Allora, ovvio l’americano ci provi di nuovo, spostando il fuoco della sua analisi dai meccanismi perversi del turbocapitalismo finanziario che hanno portato alla crisi del 2008, al mondo della politica statunitense e internazionale. Al racconto di un personaggio che definisce subito “uno dei più riservati leader della storia”, figura solo apparentemente di secondo piano che, invece, ha fatto la storia della politica americana degli ultimi decenni e ha responsabilità fortissime riguardo molti aspetti del mondo contemporaneo: dall’ISIS all’ascesa alla presidenza di Donald Trump, passando per la nascita dei conservative media e dell’alt-right, Guantanamo e altro ancora.

Di Dick Cheney, Vice racconta tutto quello che c’è da sapere, e che è stato documentato dalla storia e dal giornalismo: dagli anni scapestrati della giovinezza fino a quella cruciale vice-presidenza al fianco di un George W. Bush qui ritratto come un bambinone inetto e inconsapevole, manipolato dal suo vice, passando per le prime esperienze a Washington al fianco del Donald Rumsfeld che farà riapparire alla Casa Bianca proprio negli anni dell’amministrazione Bush Jr., il momentaneo esilio da Washington e l’ingresso in Haliburton e molto altro ancora.
McKay utilizza lo stesso stile di La grande scommessa: quello che mescola senza soluzione di continuità, e con grande consapevolezza e non facile equilibrio, gli stilemi del cinema più classico (che qui sono sì, ancora una volta certe cose di Michael Mann, ma soprattutto il cinema democratico e impegnato degli anni Settanta che raccontava la storia degli Stati Uniti di quel periodo) con tutte quelle forme linguistiche ed espressive legate alle varie espressioni dell’audiovisivo contemporaneo, ribaltando in maniera sorprendente e imprevedibile toni e registri.
Ancora una volta, c’è un narratore che non esita ad abbattere la quarta parete per svolgere il suo ruolo, e il cui legame con Cheney verrà svelato solo alla fine del film; ancora una volta la densità e il peso specifico delle informazioni fornite vengono stemperate nell’ironia e nell’umorismo; ancora una volta Christian Bale e Steve Carell sono perfettamente funzionali al film e ai loro ruoli (quelli di Cheney e Rumsfeld), questa volta affiancati da Amy Adams e Sam Rockwell (rispettivamente la moglie di Cheney e George W. Bush).
Ancora una volta siamo di fronte a un film che ha il coraggio di prendere posizioni nette, eppure allo stesso tempo oggettive, e utilizzare il cinema per fare quello che il sistema dell’informazione non fa più: spiegare i fatti, le cause e le concause di quello che viviamo ogni giorno sulla nostra pelle.
Perché lo dice subito, Vice, che di Cheney il pubblico non sa in fondo poi molto, e lo dice chiaramente alla fine, in una scena sui titoli di coda da non perdere, che sarà anche un film liberal, se essere liberal signifiva esporre non tesi ma fatti documentati.

Quello che però colpisce, anche rispetto a La grande scommessa, è come sì, certo, si parla di questioni gravi e rilevantissime (dall’aver sostanzialmente "creato" al-Zarqawi, messo sotto il tappeto il riscaldamento globale ribattezzandolo cambiamento climatico, sdoganato la tortura e ridicolizzato il diritto alla privacy), ma senza trasformare Cheney in un demonio. Facendone anzi, nel contesto di questa messa in scena così postmoderna, una figura tragica in senso shakespeariano: e ogni riferimento a una precisa scena casalinga tra Bale e Adams non è assolutamente casuale.
Il Cheney di Vice è un Macbeth, e Lynne la sua Lady: che ha bisogno di lui per raggiungere il potere e lo status che a lei, donna non le sarebbe mai concesso, come gli dice chiaramente nel dialogo che cambierà per sempre la loro vita, trasformando il giovane Dick da fannullone semi alcolizzato in ambizioso rampollo di Washington.
Cheney è un uomo che si muove nel silenzio e nell’ombra, un lupo travestito da “devoto e umile servitore del potere”, ossessionato dal pensiero di appropriarsi di quel “vero potere della presidenza” che nessuno, secondo lui, ha mai mostrato e utilizzato appieno.
Un uomo che, con tutta l’ambizione e la bramosia che vengono raccontate, non esita a fare un passo indietro da qualsiasi battaglia per tutelare la figlia omosessuale, cedendo su quel fronte solo quando c’è di mezzo il destino di un’altra figlia: in un momento critico, che McKay racconta con una metafora, anche visiva, forse ovvia ma potente. Il momento in cui, dopo quel tradimento familiare così doloroso, Cheney viene mostrato, letteralmente, senza cuore.E come ogni altro grande tragico personaggio shakespeariano, il Dick Cheney di Vice non cede, non arretra, quale che siano l’esito e il destino che il film e la Storia gli hanno riservato.
Morto un cuore, se ne prende un altro; terminata una carriera, e un film, si abbaia ruvidamente: “I will not apologize.”

Vice - L'uomo nell'ombra
Il Trailer Italiano del Film - HD
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Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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