Viaggio sola - la recensione del film con Margherita buy e Stefano Accorsi

24 aprile 2013
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Maria Sole Tognazzi dirige una boccata d'ossigeno per il cinema italiano. Viaggio sola è una storia equilibrata e con ottimi interpreti

Viaggio sola - la recensione del film con Margherita buy e Stefano Accorsi

Quel momento in cui si tirano le somme, non perché lo si decida, ma semplicemente perché succede avendo vissuto una consistente parte di vita. È fisiologico. Lo ha fatto Dante “nel mezzo del cammin di nostra vita”. Lo fa fare la regista Maria Sole Tognazzi al personaggio di Margherita Buy in Viaggio sola, una donna incaricata dal consorzio The Leading Hotels of the World di fingersi cliente nei vari alberghi di lusso affiliati del mondo per ispezionarli e testarne lo standard. Un mestiere interessante da raccontare che giova al film soprattutto per il parallelo con lo sviluppo del personaggio, in piena autoanalisi per verificare che il proprio standard di vita sia ancora adeguato alla aspettative.

La storia, scritta dalla stessa Tognazzi insieme ad Ivan Cotroneo e Francesca Marciano, è una boccata di ossigeno per il cinema italiano. Equilibrata, delicata, persuasiva e mai scontata. Viaggio sola è quell’aereo da non perdere per un attore, a bordo del quale dialoghi, situazioni e direzione degli attori migliorano sensibilmente le interpretazioni. Così i seppur abitualmente bravi Margherita Buy, Stefano Accorsi nei panni di un ex fidanzato in vista di una paternità non sgradita, Fabrizia Sacchi e Gian Marco Tognazzi, guadagnano qui un plauso supplementare sul quel piano che se non funziona diventa la dannazione dell’attore: la credibilità.

Senza bisogno di scendere agli inferi, neanche metaforicamente, il film incalza sugli interrogativi della Buy che potrebbero essere quelli di un qualunque suo coetaneo tra il pubblico in sala. Una scelta di vita professionale l’ha tenuta lontano da casa e privata di rapporti affettivi, eccetto la sorella che con il marito e le due figlie le illustra l’altra vita che poteva avere e che non ha avuto. Meglio o peggio è una questione di punti di vista e la solitudine non è presentata come una condizione di denigrabile sofferenza. Essere soli o circondati è come sentire il caldo o il freddo: ci si veste, ci si sveste, ci si abitua, non ci si abitua. Ciò fa acquistare valore al film è che quando la protagonista si pone domande, alla fine le risposte se le dà senza scatenare alcun inferno. Ci serva d’esempio.



  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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