Veloce come il vento: la recensione del film con Stefano Accorsi e Matilda De Angelis

01 aprile 2016
3.5 di 5
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Una piacevole sorpresa, capace di essere spettacolare e di raccontare con efficacia una storia familiare.

Veloce come il vento: la recensione del film con Stefano Accorsi e Matilda De Angelis

“Se hai tutto sotto controllo, significa che non stai andando abbastanza veloce.”
Se Matteo Rovere ha scelto di aprire il suo film con questo esergo di Mario Andretti, è perché, nell'universo di Veloce come il vento, non si applica solo alle corse in pista, ma alla vita tutta.

Certo, la storia che racconta è quella di due fratelli (anzi, tre) che si ritrovano assieme, quella di una passione per la velocità e di un talento comune che scorre nelle loro vene, perfino la storia di un parziale riscatto di un uomo che il suo talento l'ha gettato via per sfamare la sua fame di vita non al volante ma nella droga.
Però, prima di ogni altra cosa, forse, la storia di Veloce come il vento è quella di una ragazzina che cerca testardamente, mascherando la disperazione, di tenere in pista la sua vita, impazzita dopo la morte del padre, e di tagliare il traguardo che metterà in salvo la sua casa e la sua famiglia.
Per farlo, Giulia dovrà imparare quello che Andretti (o meglio, Rovere) spiega a tutti con la sua frase: se la vita la vuoi vivere, e la devi vivere, devi andare veloce, prenderti dei rischi e accettare che non puoi sempre controllare tutto. Certo, all'altro capo dello spettro c'è suo fratello Loris, che invece veloce va pure troppo, e che si trova costretto a dover rallentare per riacquistarne un po' di più, di controllo.

E allora ecco che i due non possono che farsi del bene a vicenda, e quando arriva il momento inevitabile del momentaneo ribaltamento di ruoli, è quasi commovente. Giulia che smette per un attimo di essere la control freak che è costretta a essere, che torna a casa la sera ubriaca, in motorino, vomita in cortile e racconta al fratello quanto si è divertira a ballare, cantare, scopare in macchina, e quanto gli pesi la vita che fa; e Loris risponde che no, non gliela fa fare una canna, e gli dice che lei è piccola, che non deve mica scopare in macchina a 17 anni, come un vero fratello maggiore.
Dura poco, quel momento, perché tutto poi torna alla normalità: Giulia torna a essere la ragazza solida e con la testa sulle spalle, Loris il tossico cialtrone e guascone, simpatico ma a volte disfunzionale. Dura poco, ma dentro c'è il senso di tutto un film, e dei sentimenti che vuole evocare.

Poi, certo, Veloce come il vento è anche molto altro, con la spettacolarità carica d'adrenalina delle scene belle e ben girate in auto, in pista come per strada; con la storia ovvia e paradigmatica, ma ben gestita, del riscatto (perlomeno parziale di Loris), con gli accenni agli aspetti più drammatici della droga; col calore dei motori che fa scopa con quello degli affetti familiari (azzeccatissima e divertente la storyline del fratellino minore "musone", che si lascia lentamente sedurre dallo scapestrato Loris).
Però l'impressione è che a Rovere, nonostante un copione tanto preciso da risultare quasi troppo studiato, interessasse più di tutto quella roba lì, quel bilanciamento tra responsabilità e irresponsabilità che fa danzare sulle curve della vita, che ti fa correre veloce e pulito proprio perché, ogni tanto, sali sui cordoli e scomponi la macchina in ingresso di curva.

Da dire, c'è che la scommessa di raccontare questo cuore emotivo, quasi esistenziale, Rovere l'ha vinta.
Come ha vinto quella, doppia, della scelta dei protagonisti, con da un lato la giovane esordiente Matilda De Angelis, capace di non essere bambolina nonostante gli occhioni azzurri da cerbiatta e di dare il giusto carattere a Giulia; dall'altra quella di uno Stefano Accorsi che, paradossalmente, funziona meglio e va meno sopra le righe qui, dove fa il tossico guascone, che quasi tutti i suoi ruoli cinematografici precedenti.

Più che all'imprevedibilità e alla varietà dei rally, Veloce come il vento assomiglia di più a una gara di velocità su pista, dove il circuito è noto e conosciuto e studiato nei minimi dettagli, ma sul quale, giro dopo giro, l'emozione non è affatto assente, magari ogni tanto si sbaglia e si perde qualche posizione, e l'imprevisto è comunque dietro l'angolo. Il film di Rovere appassiona e diverte, coinvolge e non annoia: lo guida un regista che non sarà forse un campione tutto estro, ma un pilota solidissimo capace di concludere la gara in scioltezza, finendo anche sul podio.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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