Una volta nella vita: la recensione del film francese sui giovani e l'Olocausto

25 gennaio 2016
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La vera storia di una turbolenta seconda del liceo di Creteil e dell'insegnante che coinvolse i suoi alunni multietnici in un concorso sulla deportazione.

Una volta nella vita: la recensione del film francese sui giovani e l'Olocausto

In Francia, paese notoriamente all'avanguardia, è stato istituito nel1961, un anno a noi lontano ma vicinissimo alla fine della seconda guerra mondiale, il Concours national de la résistance et de la déportation, a cui ogni anno partecipano classi di studenti liceali e di scuole superiori. Nell'anno scolastico 2008/2009 il tema da affrontare nel lavoro collettivo era “I bambini e gli adolescenti nel sistema concentrazionario nazista” e a vincere il primo premio furono gli alunni di una turbolenta seconda del liceo multietnico di Creteil, guidati da un'illuminata professoressa di storia dell'arte ed educazione civica, Anne Anglés, che non vide in loro dei perdenti ma delle speranze per il futuro.

E' questa la storia raccontata nel filmche racconta  Una volta nella vita, che in francese si intitolava, in modo forse più accurato, Les héritiérs, gli eredi. Perché è questo che sono i giovani, musulmani, ebrei o cattolici che siano: eredi della memoria, che nel film raccolgono e fanno proprio il giuramento dei prigionieri sopravvissuti nel campo di Buchenwald, pronunciato nell'aprile 1945, cioè l'impegno a testimoniare e a non permettere la cancellazione del ricordo di quello che è stato e che oggi, nonostante l'affiorare di nuove ideologie di morte, tendiamo troppo spesso a dimenticare, nonostante la sua enormità.

E' proprio uno dei protagonisti della vicenda, Ahmed Dramé (che nel film interpreta Malik), ad aver portato in giro la storia che aveva letteralmente cambiato la vita a lui e ai suoi compagni, in cerca di un regista in grado di capirla, finché è arrivato a Marie-Castille Mention-Schaar, di cui aveva apprezzato Ma première fois, che ha risposto all'appello sceneggiando con lui il film. Poi è entrata nel progetto Ariane Ascaride - attrice nota per aver interpretato diverse opere di Robert Guédiguian - perfetta nel ruolo dell'occhialuta professoressa Gueguen, poco appariscente ma determinata e illuminata e il film, girato nell'autentica location del liceo Léon Blum di Creteil, è arrivato sugli schermi francesi alla fine del 2014.

E' inevitabile pensare, vedendolo, che sarebbe stato interessante poter registrare in diretta, sotto forma di documentario, le lezioni, le liti, gli ostacoli e le scoperte di una classe difficile che si riscatta e tira fuori il meglio di sé, grazie all'empatia col dolore e con la tragica sorte di giovani come loro. Purtroppo così non è stato, ma il film ricostruisce comunque – con qualche licenza poetica - quanto davvero accaduto e ha momenti di altissima commozione, soprattutto quando a parlare alla classe con straordinaria forza, suscitando lacrime autentiche, è il sopravvissuto dei campi Léon Zyguel.

Dal punto di vista cinematografico la regia non è sempre all'altezza di una storia così umana e coinvolgente e gestisce in modo un po' frettoloso la trasformazione della peggior classe del liceo in un gruppo coeso ed affiatato, così come l'autorità e il carisma della professoressa - unica a sapersi fare rispettare e a motivare i ragazzi - non risultano sufficientemente dimostrati. Sono però interessanti anche quelle che sembrano note a margine della storia principale e che sono scorci realistici della vita di studenti in una scuola laica. A noi italiani farà strano vedere che l'ostentazione di simboli religiosi è vietata a tutti: a una ragazza viene chiesto di nascondere la croce che porta al collo sotto la maglia, mentre all'inizio c'è una lite tra una giovane musulmana (ormai diplomata) che si infuria col preside per il proprio diritto di indossare il velo. E sono ben rese anche le dinamiche intransigenti e a volte violente di ragazzi un po' sbandati, che crescono soli o non sufficientemente considerati.

Ma soprattutto il film - al di là della sua riuscita artistica - trasmette efficacemente il messaggio che la memoria è una ricchezza da tramandare e per la cui perpetuazione è necessario coinvolgere i giovani senza sottovalutarne l'intelligenza e la capacità di empatia, perché i bambini, i ragazzi e gli adulti sterminati ad Auschwitz non erano diversi da loro e da noi, e di fronte all'inalienabile diritto alla vita nulla significano la fede religiosa e l'appartenenza alle minoranze. Citando Primo Levi, i cui strazianti e fondamentali libri sulla Shoah vengono letti dai liceali francesi (e si spera anche da quelli italiani), “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. E dimenticare, aggiungeremmo, non è mai un'opzione praticabile.

Una volta nella vita
Il trailer italiano del film - HD


  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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