Una vita tranquilla - recensione del film di Claudio Cupellini

04 novembre 2010
3.5 di 5
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È curioso e significativo come Una vita tranquilla, opera seconda di Claudio Cupellini dopo quel Lezioni di cioccolato realizzato quasi su commissione, si apra con un'esplosione.

Una vita tranquilla - recensione del film di Claudio Cupellini

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Una vita tranquilla - recensione del film di Claudio Cupellini


È curioso e significativo come Una vita tranquilla, opera seconda di Claudio Cupellini dopo quel Lezioni di cioccolato realizzato quasi su commissione, si apra con un'esplosione. L'esplosione dovuta ad una fuga di gas nell'hotel in Germania dove alloggiavano due killer della Camorra in attesa di portare a termine una missione. L'esplosione che li costringerà ad abbandonare quel rifugio e a cercarne uno nuovo presso l'albergo-ristorante gestito da Rosario, quello che in apparenza è un emigrato italiano come tanti, ma che con uno dei due killer ha un legame molto particolare.

È curioso perché sia dal punto di vista formale che da quello contenutistico, il film del giovane regista appare invece costantemente trattenuto e imploso: scelta questa efficace e intelligente per far invece risaltare il cuore emotivo della storia. È significativo perché l'esplosione che dà il la alla storia appare evidentemente metaforica dell'esplosione immateriale che sconvolgerà la vita tranquilla di Rosario.
L’incontro tra quest'ultimo e un pezzo del suo passato abbandonato che torna a bussare alla sua porta, è per lui il primo scoppio di una serie di eventi che sembrano all'inizio festosi fuochi d'artificio per festeggiare un ricongiungimento inatteso, per poi trasformarsi in cupe e violente deflagrazioni che rischiano di ridurre in macerie la nuova vita che si era faticosamente costruito.

Il cuore di Una vita tranquilla è infatti tutto nei legami e nei dilemmi di un uomo che cerca improvvisamente e disperatamente di equilibrare il passato con il presente, nella speranza di un futuro più sereno e unitario. Un cuore che batte ritmato e potente grazie a un Toni Servillo che finalmente torna privo delle gigionerie delle sue interpretazioni più recenti e ad una regia elegante e dalla studiata fluidità. Cupellini, in collaborazione con il direttore della fotografia Gergely Poharnok, costruisce il suo film sul contrasto costante tra superfici, materiali, corpi e quel che invece vi si agita nervosamente sotto, compreso un sangue inteso sia come legame che come violenza, adottando una distanza (solo apparente) ben più efficace di un ritratto inutilmente esplicito e ravvicinato.

Quella di Cupellini è un'opera sfaccettata e intrigante, che guarda con intelligenza ad esempio come il cinema di Sorrentino o La ragazza del lago (analogie suggerite non solo dalla presenza di Servillo, ma anche dalle musiche di Theo Teadro) senza però cadere nel plagio involontario ma mantenendo una personalità propria e distinta. Un film che merita consensi, nonostante delle insistenze di un finale improprio, che costituiscono un'improvvisa rottura in un ritmo e un rigore fino a quel momento esemplari. Una quindicina di minuti in meno e meno ansia esplicativa avrebbero reso Una vita tranquilla ancor più affascinante e positivamente sospeso.


Una vita tranquilla
Il trailer del film con Toni Servillo


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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