Un padre, una figlia: recensione del film di Cristian Mungiu in concorso al Festival di Cannes 2016

19 maggio 2016
3.5 di 5
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Il regista rumeno alle prese con una storia che parla di dilemmi morali, dell'agire nella società e nella famiglia.

Un padre, una figlia: recensione del film di Cristian Mungiu in concorso al Festival di Cannes 2016

Raccomandazioni, spintarelle, bustarelle: non sono un malcostume solo italiano, e Bacalaureat ce lo racconta bene. Quello di Cristian Mungiu non è però solo un film sulla corruzione di una società, in questo caso quella rumena, quanto, anche, un film sull'essere padri (o madri).
Un film sul passato, e su un'ipotesi di futuro, quando il protagonista Romeo, medico in una piccola cittadina transilvana, si trova costretto - e si costringe - a richiedere aiutini quando vede il futuro di sua figlia Eliza, un futuro che lui ha scrupolosamente programmato, messo a rischio da un'aggressione che sconcentra la ragazza durante i suoi esami di maturità e ne potebbe compromettere voto finale e borsa di studio per Cambridge.

Nel momento in cui Romeo vede i suoi piani in pericolo, non esita a contraddire la sua morale di una vita, quella della rettitudine, e a abbracciare la filosofia del fine che giustifica i mezzi: in fondo è per il bene della sua bambina, che fa quello che fa. In questo suo subitaneo rivelarsi uguale a tutti gli altri, per i quali “non c'è niente di male ad aiutare un amico”, per i quali il sottobanco è comunque a fin di bene, emerge inesorabilmente agli occhi di noi spettatori e a quelli dei protagonisti del film come non esista alcuna possibile differenza di fronte alla scelta di scorciatoie o facilitazioni, e di come la pratica di una doppia morale, di fronte alla tutela di chi ci sta a cuore, appaia quasi inevitabile.

Certo, tutto ha un prezzo. Non a caso, Eliza viene aggredita proprio quando suo padre la lascia non davanti ma a poca distanza dalla sua scuola, per la fretta di raggiungere l'amante della quale la ragazza non sa nulla, ma solo perché “è meglio per lei non sapere”. E per il suo primo vero sgarro, Romeo potrebbe essere costretto a subire conseguenze legali.
Ma, come dice lo stesso personaggio di Adrian Titieni alla moglie, è facile parlare sempre di sani principi e giuste decisioni quando poi la pratica delle scelte e delle loro conseguenze, il lavoro sporco, è sempre delegato a qualcun altro.

E qui si apre il capitolo più spinoso e umano del film di Mungiu, quello appunto legato al ruolo di genitore, delegato dalla vita a compiere scelte per i propri figli senza avere a disposizione un manuale che spieghi come e quando rimettere queste deleghe.
Se la madre di Romeo gli rimprovera di aver troppo viziato e protetto sua figlia, rendendola così inadatta alla vita in una società rumena dove si è costretti a sgomitare un po', la sua amante discute con la propria perché non vuole che suo figlio rimanga un mammone e impari a cavarsela da solo. E Eliza appare spesso troppo appiattita sul piano di suo padre, almeno fino a quando gli avvenimenti che sconvolgono le loro vite non gli forniscono il pretesto per iniziare a rivendicare un'autonomia che non ha mai avuto.

Mungiu osserva da dentro il mondo che ha creato, segue i suoi personaggi senza giudicarli né fornire lezioni morali a partire dalle loro vicissitudini. Racconta, un po' scolasticamente ma con momenti di partecipe approfondimento, di una generazione che ha visto il sogno del cambiamento andare in frantumi, e spera almeno di poter fare qualcosa per i suoi figli, paradossalmente affondando dentro quella stessa zona grigia e opaca della società e della morale che gli ha spento entusiasmi e negato possibilità.
La speranza, allora, sta solo nell'autonomia e nella gioventù di Eliza e dei suoi compagni di classe, che il regista rumeno fotografa nei loro sorrisi carichi di timori e incertezze, ma liberi dalla suddidanza psicologica nei confronti dei padri, alla fine del suo film.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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