U-571 - la recensione del thriller di guerra con Matthew McConaughey

29 gennaio 2020
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Una missione pericolosa e cruciale che decise non solo la guerra sottomarina, ma in generale fu decisiva per la vittoria alleata della Seconda guerra mondiale.

U-571 - la recensione del thriller di guerra con Matthew McConaughey

Ci sono molti nodi cruciali attraverso i quali raccontare la Seconda guerra mondiale. C’è la prospettiva della sfida nei cieli fra la sempre più precisa aeronautica delle due alleanze contrapposte, o quella nei mari fra navi sempre più enormi, cruciale soprattutto sul fronte del Pacifico. C’è però un ulteriore punto di vista: quello che ci porta nella profondità dei mari, in uno scenario che rievoca Verne, durante la brutale guerra sottomarina che i prodigiosi Unterseeboot tedeschi, per la storia U-Boot, stavano dominando nel corso del 1942, arrivando a minacciare i rifornimenti nell’Europa alleata da parte degli Stati Uniti e dalla stessa Gran Bretagna al continente.

Avendo sempre come chiari riferimenti precedenti sottomarini come Allarme rosso (1995) di Tony Scott, ma soprattutto un caposaldo del genere come U-Boot 96 di Wolfgang Petersen, datato 1981, Jonathan Mostow ha diretto nel 2000 U-571, girato a Cinecittà, che unisce la tensione action con la ricostruzione storica, 

Il film racconta infatti un momento cruciale per la guerra sottomarina, quando gli americani riuscirono a rintracciare una macchina Enigma, cruciale per codificare le comunicazioni interne tedesche, fino allora inviolabili. Una missione coraggiosa da parte di un sottomarino americano, camuffato come fosse tedesco, vecchiotto ma solido, con un equipaggio composto da sani e robusti discepoli di Zio Sam, che cercarono di impossessarsi di un esemplare di Enigma prendendo controllo di un U-Boot tedesco senza consentire a nessun membro dell’equipaggio di avvisare qualcuno all'esterni, e cambiare quindi la codifica delle comunicazioni. Un evento reale, seppur romanzato con dovizia hollywoodiana di particolari, che fu decisivo per la guerra, grazie poi all’abilità degli scienziati impegnati a Bletchley Park, nella campagna inglese, su tutti Alan Turing, che decifrarono i sistemi di codifica tedeschi.

Mostow costruisce un thriller claustrofobico e a suo modo coraggioso nel concentrare la costruzione della tensione sulla colonna sonora, sui rumori esterni e interni a quelle scatolette metalliche che erano e sono i sottomarini. Non casualmente, proprio il sonoro fu premiato agli Oscar. Pur sottolineando la brutalità delle regole d’ingaggio naziste, il film non è troppo manicheo e riesce a rendere l’elemento umano dei protagonisti, al di là delle divise e dei compiti loro affidati.

U-571 è un solido, robusto e diremmo metallico thriller storico vecchio stile, analogico negli anni dell’esplosione del digitale e degli effetti in CGI. Come ogni buon film di guerra che si rispetti poi, cruciale è il confronto diretto fra i combattenti, nonostante i sottomarini si combattano per lo più a suon di siluri e attese al radar. C’è il soldato americano che deve spacciarsi per tedesco simulando un accento perfetto della lingua degli avi, perfezionata in un’università della Ivy League; c’è il confronto diretto col nemico, ma anche il confronto interno all’equipaggio, con il promettente e ambizioso tenente, Matthew McConaughey, che si trova al comando e deve convincere i suoi marinai di avere le capacità di leadership e le qualità per portarli al successo nella pericolosa missione.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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