Tutto parla di te - la recensione del film di Alina Marazzi

09 aprile 2013
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Le donne e il lato buio della maternità nel nuovo film della regista

Tutto parla di te - la recensione del film di Alina Marazzi

La cifra della memoria privata lega il cinema documentaristico di Alina Marazzi: quello raccontato in Un'ora sola ti vorrei e Vogliamo anche le rose è un privato che diventa subito collettivo, condiviso, generazionale. E' un cinema femminista, principalmente perché mette al centro del suo indagare lo sguardo e il sentire femminile, di donne che raccontando le loro storie – attraverso pagine di diario, lettere, immagini - fanno riaffiorare la loro verità più intima dagli strati ideologici con cui una società a netta dominanza maschile l'ha spesso ricoperta. 


Ed è un cinema quasi senza uomini, quello portato avanti con coerenza dall'autrice. Non ce ne sono, se non ai margini, neanche nel suo primo film non documentaristico, questo Tutto parla di te che la regista milanese dedica al tema della maternità, dalla parte di chi la vive in prima persona. Scegliendo di raccontare non casi estremi come l'infanticidio, ma la normalità del disagio di una donna che nei primi mesi dopo il parto si trova troppo spesso sola, esclusa o autoesclusa dalla vita sociale e lavorativa di prima, per provvedere a un essere che dipende in tutto e per tutto da lei e il cui insopprimibile pianto è a volte di difficile comprensione,  Marazzi coinvolge la maggioranza di chi ha fatto questa esperienza. E che ancora oggi si trova costretta a confrontarsi con un ideale materno ormai cementificato che la fa sentire inadeguata o incapace, specie se molto giovane. Per questo il momento più bello e - letteralmente - creativo nella vita di una donna rischia di tramutarsi nel suo contrario e penalizzare entrambi i protagonisti, oltre che mettere la pietra tombale sulla vita di coppia. 

E' un tema importante e difficile quello delle ombre della maternità, ed è bene che a parlarne sia un film di fiction, che resta fortemente ancorato alla realtà. Anche se è proprio lo stile scelto dall'autrice a risultare a volte ostico da un punto di vista estetico, lasciando il critico incerto sul tipo di opera che sta recensendo. Fedele al proprio background, Marazzi inserisce la storia di fiction, quasi non fidandosi della sua autonomia, in un contesto documentaristico, alternandola con autentiche dichiarazioni delle mamme del Centro per la maternità di Torino e filmini di famiglia, registrazioni audio e (belle) sequenze animate per illustrare la storia di Pauline. Forse fin troppo, per un film che non raggiunge l'ora e mezzo di durata ed è in grado di parlare benissimo, attraverso la musica e le immagini, al cuore delle donne. Gli esempi di questo non mancano: il temporaneo abbandono della carrozzina da parte di Emma, giovane mamma depressa e in crisi, con una vita cui fa da colonna sonora il pianto incessante di un figlio che non riesce a sentire suo, le finestre chiuse sul dolore e sul mondo e aperte alla speranza, i volti intensi e dolorosi delle due protagoniste. 

Parla a chi è madre e a chi è rimasta figlia, questo film di Alina Marazzi, e parla forte e chiaro anche in virtù delle sue imperfezioni. A noi resta la curiosità di vedere se la regista al suo prossimo film sceglierà la strada della rielaborazione fantastica della realtà o resterà legata alle voci, ai volti e al vissuto che hanno fatto grandi i suoi documentari.






  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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