Tutti in piedi: recensione della commedia romantica francese sulla disabilità con Franck Dubosc e Alexandra Lamy

26 settembre 2018
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Una commedia scorretta ma elegante sulla diversità e l'amore.

Tutti in piedi: recensione della commedia romantica francese sulla disabilità con Franck Dubosc e Alexandra Lamy

Un abbronzato cinquantenne torna a Parigi, e non appena sbarca dall'aereo flirta con qualunque bella ragazza capiti a tiro e non può che fare centro. Inizia (male) in maniera quasi vintage, Tutti in piedi, con il comico Franck Dubosc che ripropone uno schema misogino, machista e maschilista desueto e sempre meno probabile in epoca di #MeToo. Fortunatamente, però, si tratta di una sorta di riflesso condizionato che non fa che esporre la mitomania di un uomo che mente continuamente, prima di tutto a se stesso. Dubosc è uno stand up comedian televisivo molto amato dai francesi, noto al cinema soprattutto per la serie Camping, piuttosto demenziale e in calo verticale come qualità dal primo al terzo e, per ora, ultimo capitolo.

Per il suo esordio alla regia ha scelto di confrontarsi con la risata su un argomento molto delicato: la disabilità. Si è cucito su misura il ruolo che ha interpretato per una carriera, ma sottolineandone come non mai gli aspetti patetici, la solitudine di un seduttore che vede ogni rapporto con l’altro sesso come una sfida, ma chi che non riesce proprio a sedurre è se stesso. Jocelyn è un dirigente di un’importante azienda di scarpe sportive, che in pochi hanno sentito nominare, in piena preparazione per correre la maratona. Incontra casualmente un’affascinante vicina della madre appena morta e pensa bene di approfittare di un malinteso e spacciarsi per disabile motorio, per impietosire la fanciulla. La questione si complicherà quando quest’ultima vorrà piazzarlo alla sorella, la solare e attiva Florence, lei realmente in sedia a rotelle.

Come ovvio insisterà nell’equivoco per molto tempo, troppo, meno ovvia è la dinamica dello svelamento. Tutti in piedi, infatti, è una commedia romantica piuttosto classica nelle sue tappe osservate in superficie, ma analizzando la condizione dei suoi protagonisti e molti dialoghi ci si rende conto della capacità non da poco di consentirsi una risata, un umorismo molto scorretto, mantenendo un’eleganza e un rispetto ammirevoli. Molto merito risiede nella classe di una delle migliori interpreti brillanti del cinema francese, Alexandra Lamy, che regala al personaggio di Florence il compito di rompere con i luoghi comuni, capovolgendo posizione di forza e senso di pietà. Ha le idee chiare, al contrario di un Jocelyn che prosegue con il cliché del Don Giovanni che si impegna goffamente in una doppia vita, in piedi e in sedia a rotelle, sul filo esile di una bugia sempre meno credibile.

Tutti in piedi è un film nobilmente medio, che sdrammatizza, ma non banalizza, utilizzando il sorriso per rompere alcune barriere, riuscendoci meglio di tanti lavori pedanti a tesi; lo fa quasi involontariamente, spinto dalla storia di un amore improbabile, ma reale, fra due persone che si forzano di ritrovarsi alla stessa altezza, quando è proprio la differenza la chiave per la loro compatibilità. Simpatico cammeo per Claude Brasseur, conosciuto dalle nostri parti, nonostante una ricca carriera, soprattutto per il ruolo del padre di Sophie Marceau nel mitico dittico di commedie romantiche anni ’80, Il tempo delle mele.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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