Tutti i soldi del mondo: la recensione del film di Ridley Scott sul rapimento Getty

03 gennaio 2018
3.5 di 5
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Un'interessante riflessione sul denaro e il valore delle persone, con un Christopher Plummer magistrale in quasi metà film rigirata in tempi record.

Tutti i soldi del mondo: la recensione del film di Ridley Scott sul rapimento Getty

C'è un'assenza ingombrante che aleggia su Tutti i soldi del mondo e di cui scegliamo di parlare prima di entrare nel merito del film: è quella di Kevin Spacey, sottoposto ad esecuzione artistica dopo un processo sommario, in base al racconto di fatti avvenuti oltre 30 anni fa e di voci sulla sua (privata) esuberanza sessuale. A nostro avviso questo niente toglie a un attore di straordinario talento che speriamo presto di riavere tra noi, travolto suo malgrado dal ciclone che ha spazzato via il potere assoluto di Harvey Weinstein. Nell'impeto moralistico che segue sempre anche le cause più nobili e giuste, Spacey è stato il pefetto capro espiatorio, immolato in nome di molti anche peggiori di lui (vedi Bryan Singer) sull'altare di molte ipocrite coscienze. Consideriamo perciò ingiusto il fatto che gli sia stato tolto un premio come l'Emmy, assegnato al suo talento artistico e non alla sua condotta morale e la damnatio memoriae che Ridley Scott e il produttore Dan Friedkin hanno di fatto legittimato, togliendolo dal loro film.

Ciò detto, dopo averlo visto, ci sorge anche un sospetto che sembra più in linea con la mentalità pratica di un anziano e scafato cineasta, arrivato al cinema 40 anni fa dopo aver diretto oltre 2000 spettacolari commercial nell'età d'oro della pubblicità: con la sostituzione del reprobo, Scott coglie i classici due piccioni con una fava. Se da un lato il suo film non verrà ricordato solo come l'ultimo interpretato da Spacey, dall'altro è anche l'occasione per mettere alla prova l'attore che è stato in lizza per il ruolo fin dal principio, Christopher Plummer e che, dopo averlo visto all'opera, appare per motivi non solo anagrafici la scelta migliore per il personaggio. Una decisione in apparenza cinica potrebbe perciò avere giovato artisticamente al film, anche se ci piace sognare di poter un giorno confrontare le due versioni.

Qualunque cosa si pensi della recente bulimia di lavoro del regista, che non sempre dà risultati ottimali, è indubbio che Scott e Plummer hanno compiuto un vero e proprio miracolo nel rigirare in 9 giorni le sequenze che vedono protagonista l'attore, e che sono molte più di quelle che immaginavamo. Con l'eccezione delle scene nel deserto, realizzate davanti a un green screen e dove l'attore è stato sovraimposto a Spacey, le sue sequenze con Michelle Williams, Mark Wahlberg e gli altri interpreti sono state rigirate ex novo nelle stesse location, tra Roma e Londra. Si tratta di un'impresa unica e straordinaria, che – se non ne fossimo a conoscenza – non lascerebbe neanche immaginare l'esistenza di un predecessore.

La cosa interessante del film è che, pur raccontando la cronaca del rapimento del sedicenne John Paul Getty III, nipote dell'uomo più ricco del mondo, in una calda estate romana, è una riflessione non banale sul denaro e sul valore degli esseri umani, a cui viene costantemente comparato. Il burbero magnate che si sente erede dell'imperatore Adriano e si circonda di opere d'arte comprate a cifre esorbitanti senza batter ciglio, è al tempo stesso il vecchio arido taccagno che gli rimprovera di essere l'uomo della CIA che lavora per lui. Per l'uomo che ha scritto un libro sull' “essere ricco”, il denaro è un'entità scritta sulle strisce di una telescrivente, un potere assoluto che non si trasforma mai in volgari soldi di carta, ma in una quantità di potere che permette di acquistare tutto senza spendere nulla, ma che resta così evanescente e astratto da poter sparire come un sogno. Soprattutto non basta mai, ma quello che serve è sempre “di più”.

Se di soldi si parla moltissimo, l'unica volta che Scott ce li mostra concretamente nel film è quando i rapitori del ragazzo contano le banconote: capitalismo vs mafia, perfetta l'immagine di due entità, due imperi (come esplicitato in una battuta del film) ancora per poco contrapposti ma destinati a fondersi. Nel 1973 questa alleanza è ancora di là da venire, ma i semi di questa liaison sono già presenti: la Dolce Vita omaggiata dall'incipit del film viene pian piano sostituita dall'euforia superficiale e dall'apatia mortale della droga, il peace & love lascia il posto alla lotta armata e il boom economico al terrorismo e al fragore delle bombe. I ladri di polli si adeguano e in una sanguinosa escalation di barbarie diventano ladri di uomini, ragazzi, bambini. Chi all'epoca del rapimento Getty era bambino o adolescente ancora ricorda l'orrore di quell'orecchio mozzato, la minaccia di inviare altri pezzi, la lunga trattativa e la sprezzante risposta del magnate alla richiesta del riscatto per il nipote un po' hippy, figlio di un erede tossicodipendente e destinato tragicamente a seguirne le orme, fino allo sfacelo fisico e alla morte prematura nel 2011. Nel poco che all'epoca si sapeva, dai giornali e dalla tv, l'immagine del giovane dai capelli lunghi e con l'orecchio tagliato divenne il simbolo scioccante e cruento di un inasprimento della criminalità (e di un paese) che molte vittime avrebbe fatto.

Tutti i soldi del mondo in questo senso è un buon film, perché riesce a rievocare con esattezza le atmosfere di un momento di passaggio epocale colto in una storia esemplare, senza le goffaggini e gli stereotipi tipici dei film americani ambientati in Italia (con l'eccezione della risibile sequenza delle Brigate Rosse e del rocambolesco e non veritiero inseguimento finale). Tra i protagonisti, nonostante le lodi della critica americana, non sempre all'altezza ci sono apparsi Michelle Williams e Mark Walhberg, mentre tra gli attori italiani il più in parte appare Marco Leonardi. Avevamo già visto e apprezzato da bambino il giovane Charlie Plummer (nessuna parentela col nonno cinematografico) in Boardwalk Empire, dove era il secondogenito del corrotto Eli Thompson. Qua ha poco da fare, perché il suo personaggio, nella storia, è un oggetto, vittima incolpevole delle ricchezze del nonno, trattato con umanità solo da uno dei suoi carcerieri (interpretato dal sempre ottimo Romain Duris).

Il J. Paul Getty di Plummer ricorda anche Paperon de Paperoni: rivendica i legami di sangue e l'amore per il nipote proprio quando, distante anni luce nei suoi palazzi dorati dalle stamberghe in cui viene rinchiuso il ragazzo, potrebbe condannarlo a morte. E' la sua performance a elevare al di sopra della media un film che ricorda nella struttura un dramma teatrale intriso di humor nero e potrebbe senza scandalo portargli il secondo Oscar della sua carriera. La mano esperta di Ridley Scott fa il resto, raccontando una storia complessa ed esemplare senza sacrificarla alle esigenze del box office, con un ritmo che non ne fa avvertire la durata. Per apprezzarne al meglio le performance degli attori, però, consigliamo come al solito, dove possibile, di evitare l'artificiosità del doppiaggio in favore della visione in lingua originale.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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