Tutti i santi giorni - la recensione del film di Paolo Virzì

09 ottobre 2012
3.5 di 5
3

Una commedia divertente e commovente, affondata in un privato e in un amore che sono la sola via d’uscita all’impasse del presente.

Tutti i santi giorni - la recensione del film di Paolo Virzì

Reduce dai successi de La prima cosa bella, per il suo decimo film da regista Paolo Virzì sceglie una sfida, ma senza dimenticare sé stesso.
Perché se è vero che, sulla carta, il bel romanzo di Simone Lenzi “La generazione” ha poco a che fare con la cifra del livornese, è vero anche che lo scrittore e cantante dei Virginiana Miller è un suo conterraneo, e che anche in Tutti i santi giorni si continua comunque a parlare di persone, famiglia e sentimenti.

In questo nuovo adattamento, Virzì prende un libro positivamente grigio, novembrino nei toni e nelle psicologie dei personaggi, e sullo schermo lo rappresenta con colori saturi al limite del fluo, con un calore interiore ben più sfacciato e diretto di quello che c’era nelle pagine di Lenzi. Trascende il dato più evidente, la storia di un figlio che non arriva, e coglie la totalità dell’amore dei due aspiranti genitori. Trova, insomma, nel tradimento e nella libera ispirazione la chiave giusta per (re)interpretare il romanzo.

Gli vuole bene, Paolo Virzì, ad Antonia e Guido, a questi due protagonisti, che son tanto suoi quanto di Lenzi. Gli vuol bene e li racconta con sincerità e grande partecipazione emotiva, ma senza invasività.
I loro caratteri e la loro vita, i loro problemi e la loro relazione sono descritti con pochi tocchi ma di grande precisione, leggeri in apparenza ma capaci di grande peso specifico, di lasciare un segno, di scavare in profondità. Grazie anche alle ottime interpretazioni di Luca Marinelli e dell’esordiente Federica Victoria Caiozzo, in arte Thony.

L’affetto di Virzì è tanto più sincero quanto più la narrazione si fa semplice e elementare, quanto più il toscano rinuncia a quasi ogni sovrastruttura e agli orpelli inutili, dimostrando così una maturità registica (umana?) forse per lui inedita, avvalorata anche dalla rinuncia quasi in toto alla parte più crassa, grottesca e caricaturale del suo cinema.
E se quello stile, a tratti, rimane, è perché è la realtà, che Virzì è sempre in grado di leggere con occhio curioso e intelligente, ad essere diventata grottesca e caricaturale. Una realtà che Virzì dimostra di comprendere, persino nelle sue esigenze di cambiamento, proprio grazie a quello che appare un ripiegamento nel privato e nelle cose (mai) semplici dell'amore e che è invece, oggi, fondamentale punto di (ri)partenza, generazione (appunto) di un futuro nuovo.

Non tutto è perfetto, non tutto è centrato. Ma i pochi difetti, mai realmente invalidanti, annegano senza troppi patemi nel complesso di una commedia di grande freschezza, lontana dai troppi stereotipi del cinema italiano, capace di portare al riso così come alla commozione lavorando in sottrazione, senza artificiosità inutili o costruzioni ricattatorie.
E se un finale in autobus cita con sfacciataggine e ironia tutte toscane Il laureato, Tutti i santi giorni ha, anche, la leggerezza sorridente, amara e gonfia di cuore di un A piedi nudi nel parco. Non è poco.




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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