Triangle of Sadness, la recensione di film di Ruben Östlund Palma d'oro al Festival di Cannes 2022

22 maggio 2022
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Il regista svedese, già vincitore della Palma d'oro del 2017 con The Square, torna in concorso a Cannes con un nuovo film che porta il suo sguardo tagliente e satirico posarsi sulla questione socio-econonica contemporanea, giocando a ribaltare i ruoli (anche quelli di genere). Troppo lungo, troppo compiaciuto ma a tratti irresistibile e tagliente.

Triangle of Sadness, la recensione di film di Ruben Östlund Palma d'oro al Festival di Cannes 2022

Comincia con un casting di modelli, Triangle of Sadness, e per un momento pensi che questa volta voglia prendere di mira il mondo della moda, come in The Square il suo regusta aveva fatto con quello dell'arte. Poi, a un certo punto, mette i due (o due dei) protagonisti del suo film di fronte a una discussione che pare derivare da certe atmosfere di Forza maggiore.
Carl e Yaya, entrambi modelli (e già lei guadagna molto più di lui, in uno dei pochi campi dove le donne superano economicamente gli uomini) e lei anche influencer, sempre attaccata al telefono, sono a cena in un ristorante elegante. Arriva il conto, il cameriere lo posa sul tavolo, lei fa finta di niente. Lui fa come per allungare una mano, lei dice "Grazie tesoro". E da lì nasce una discussione: perché deve pagare sempre lui anche se guadagna di meno? Lei non aveva detto che quella sera avrebbe pagato lei? Non è questione di soldi, dice lui, ma di ruoli di genere.

Da questo secondo segmento, scritto benissimo, si capisce quindi di cosa parli davvero questo nuovo film di Ruben Östlund: di denaro e di ruoli, di questioni di genere e magari di piccoli gesti e segnali che vengono fraintesi o, al contrario, intesi benissimo. Ma soprattutto di denaro e di ruoli. E quindi di classi sociali. E quindi di capitalismo. E quindi del mondo in cui viviamo.
Ne parla, di tutto questo, Ruben Östlund, con lo stile satirico surreale, pungente e pure compiaciuto dal punto di vista della scrittura e dello stile che abbiamo imparato a conoscere fino a questo momento. Con un po' di compiacenza di troppo, stavolta, con una durata eccessiva, non grande originalità tematica ma, innegabilmente, anche con momenti trascinanti e francamente esilaranti.

Dopo aver litigato sul conto del ristorante Carl e Yaya finiranno (gratis, perché lei è influencer) a bordo di un lussuosissimo yacht popolato da ricconi un po' volgari, dove la parola d'ordine dell'equipaggio è assecondarli, questi ricconi, in ogni modo allo scopo di ottenere laute mance. E si sa che dire sempre sì può portare a risultati paradossali. Anche perché ricco, per Östlund vuol dire spesso svitato.
Ma soprattutto, sullo, yacht a un certo punto arriva l'attesissima "Cena col Capitano", organizzata nell'unico giorno di mare mosso. Molto mosso. Un evento di gala che finisce con una anarchica, helzapoppiana vomitata generale dei passeggeri, e l'espulsione di altri fluidi corporali, mentre il capitano, che è un beone, rimane tranquillo a bere al suo tavolo assieme a un riccone russo che "vende merda", ovvero fertilizzanti.
Un capitano beone e marxista, che beve e fraternizza con un russo beone pure lui ma capitalista (il primo interpretato da un sempre bravo e ironico Woody Harrelson, il secondo da un meraviglioso attore croato che si chiama Zlatko Buric, quello che interpretava un personaggio splendido, Milo, nella trilogia di Pusher di Nicholas Winding Refn) assieme a parlare, ubriachissimi, di sistemi economici e ingiustizie sociali. Mentre questo novello Titanic affonda.

Va a finire allora che questo riccone russo, assieme a Carl e Yaya, e pochissimi altri passeggeri e membri dell'equipaggio della nave, finiscano naufraghi su un'isola deserta, dove i ruoli finiranno con l'invertirsi sia da un punto di vista economico che di genere, la nascita di una sorta di socialismo balneare e lo svilupparsi di tutta una serie di dinamiche che non possono non ricordare quelle di Travolti da un insolito destino... di Lina Wertmüller.
D'altronde, in effetti, stavolta il regista svedese è stato meno innovativo, e ha scontato anche lui il prezzo che troppi oggi pagano al "grande tema". E di certo il suo film sarebbe stato altrettanto divertente ed efficace se fosse durato anche molto meno delle sue due ore e mezza.
E però, per quanto chiaramente autoindulgente, Östlund ha sempre il grande pregio di non prendersi mai davvero troppo sul serio, e la capacità, quando vuole, di essere tagliente e divertente allo stesso tempo, e a volte in modo irresistibile. Specie quando, più che alla facile satira di grana grossa sui massimi sistemi, si dedica a rappresentare e far dissolvere nell'acido della sua decostruzione le dinamiche di coppia e di genere e le piccole, grandi ipocrisie del quotidiano.
Ah. A un certo punto si intrasente una telecronaca di Bruno Pizzul.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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