Transformers 4: la recensione del blockbuster di Michael Bay

08 luglio 2014
2.5 di 5
10

Nuovo cast, nuovo inizio, nuova durata, stessi pro e contro.

Transformers 4: la recensione del blockbuster di Michael Bay

Appare evidente con una prima occhiata a qualunque scheda che ne riporti i dettagli, che Transformers 4 abbia una lacuna con il senso delle proporzioni. Leggere 165 min. e tradurli mentalmente in due ore e tre quarti, instilla il forte dubbio che la storia non sia in grado di reggerla quella durata. Nessun pregiudizio. Ci sono dei precedenti, per l’esattezza tre: 144, 150 e 154. Un minutaggio crescente, perché Michael Bay è come Sergej Bubka che ama alzare l’asticella da una volta all’altra e battere i suoi stessi record. Ma se per vedere l’ex atleta ucraino bastavano dieci secondi di corsa/salto/atterraggio, il regista pretende attenzione per quasi tre ore di esplosioni/inseguimenti/distruzioni.

L’inizio di questa nuova trilogia intitolato L’era dell’estinzione conferma ulteriormente la bravura del regista nel trasformare un film in un’attrazione da parco di divertimenti. Anche con gli occhiali in 3D e su uno schermo Imax non si direbbe mai che in realtà quei robottoni che si legnano di santa ragione non esistano. La computer grafica e il sound design arrivano a livelli da ‘dammi un cinque, fratello’ ed è innegabilmente un piacere aguzzare la vista per ammirare la cura dei dettagli in quelle scintille, in quelle carrozzerie prestate al metallo alieno, o acuire l’udito per godersi lo sferragliare di carcasse robotiche creato con un mix di chissà quanti rumori reali o virtuali.

Se Michael Bay non si facesse prendere troppo la mano e si misurasse riuscendo a proporzionare le sue magie, i vari Transformers non sarebbero così massacrati dalla critica. La storia, per esempio, non ha motivo di essere così elementare. Ci vorrebbe poco a elaborarla, senza arrivare ai massimi sistemi di Christopher Nolan, per carità. Però non possono bastare tre o quattro passaggi di dialoghi, peraltro noiosi, che servono per spostare l’azione da una location all’altra, fino ad arrivare a Hong Kong per esigenze produttive. Come non possono bastare le battute per alleggerire la drammaticità degli eventi facendo al contempo di Mark Wahlberg un rude-che-ride, e sperando che i giovani attori Jack Reynor e Nicola Peltz facciano presa sui loro coetanei spettatori. E, ancora, come non basta avere nel cast due fuoriclasse del calibro di Stanley Tucci e Kelsey Grammer, neanche se in ottima forma. 

Costruito in modo preponderante sull’impatto visivo, dopo aver risucchiato le menti nei suoi gorghi ludici, Transformers 4 mantiene un effetto stordente che perdura dopo i titoli di coda. Proprio come quando si scende da una corsa su una giostra. Non solo diventa difficile ricordare e isolare una scena sulle altre, ma è facile che il desiderio di rivederlo, prima o poi, non si presenti mai. Eppure, oltre ai soldi del biglietto, il film è pronto per un’altra estrazione, quella più importante: passando di fronte a una vetrina di un negozio di giocattoli il passo dall’acquisto di un Optimus Prime, un Bumblebee o un Dinobot è breve. Alla fine vince il merchandising. E senza andare ai rigori.



  • Giornalista cinematografico
  • Copywriter e autore di format TV/Web
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