Tom à la ferme - la recensione del film di Xavier Dolan

02 settembre 2013
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Tom à la ferme è un film strano da catalogare e da definire. Ma è un film stracarico di vita, di fascino perverso, di un nervosismo vibrante e represso. Ti si attacca addosso e ti contagia con l’irrequietezza e la voglia di esplodere, come una febbre interiore che consuma ma spinge inesorabilmente in avanti.

Tom à la ferme - la recensione del film di Xavier Dolan

Tom à la ferme è un film strano da catalogare e da definire. Ma è un film stracarico di vita, di fascino perverso, di un nervosismo vibrante e represso. Ti si attacca addosso e ti contagia con l’irrequietezza e la voglia di esplodere, come una febbre interiore che consuma ma spinge inesorabilmente in avanti.

Forse, la cosa cui questa nuova regia del giovanissimo talento canadese Xavier Dolan si avvicina di più è il thriller esistenziale. Un thriller esistenziale dove gli elementi spiccatamente queer che hanno sempre caratterizzato la sua produzione mantengono un rilievo senza per questo preponderare e schiacciare le istanze di un film che è una dolente ode alla vita, un racconto di disperata ricerca identitaria e di radici che non ci sono più, una storia d’amore già finita e per questo da rivivere con passione.

In un panorama rurale canadese piatto come la vita che vi si è costretti a condurre, aspro e tagliente come le foglie del mais prima della raccolta, fisico e commovente come il parto di un vitello, l’irrompere di Tom e dei segreti che porta con sé nella vita della madre del suo fidanzato morto e di suo fratello (che fa di tutto per nascondere l’omossessualità del figlio scomparso alla genitrice) rappresenta l’ingresso di un catalizzatore che porterà a reazioni violente e scomposte come a riaffermare una vitalità repressa. E il legame di Tom con quel mondo così diverso dalla metropoli che rappresenta, e che lo seduce con la sua brutalità vera e sanguigna, gli fa mettere in discussione il suo posto e il suo senso nel mondo e dentro sé stesso.

Dolan, che ha una consapevolezza e una maturità formale notevole, tanto da permettergli perfino di giocare coi formati senza risultare velleitario, annega le sofferenze del personaggio che interpreta e degli altri protagonisti in tensioni palpabili e primi piani strettissimi, in una colonna sonora alla Bernard Hermann e in una costante alternanza tra registri che spaziano dal naturalistico al surreale. Lascia che la vita esploda in tutta la sua violenza, chiaramente affascinato da essa, come se volesse che l’esistenza stessa lo brutalizzasse, come se le identità possano affermarsi solo per contrasti carichi di amore e di attrazioni.

Il percorso di Tom, quello di Dolan, è tanto più seducente quanto più rischioso, tanto da costringerlo a una fuga che, però, non può che portarlo sempre a contatto con i fantasmi di quel che ha lasciato alle spalle e che oscuramente desidera.
I fantasmi desiderio oscuro fatto di calore materno e di sessualità sfacciata e aggressiva, dell’imperativo della verità e della pietà della menzogna, di cicatrici che ricordano sempre e per sempre quel che si voleva essere, dire, vivere, e assieme la loro proibizione.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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