To Rome with Love - la recensione del film di Woody Allen

17 aprile 2012
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In ogni Grand Tour europeo che si rispetti, Roma, da sempre, è una tappa fondamentale. E Woody Allen non ha voluto rappresentare un'eccezione a questa regola


In ogni Grand Tour europeo che si rispetti, Roma, da sempre, è una tappa fondamentale. E Woody Allen non ha voluto rappresentare un’eccezione a questa regola, portando il suo set nel nostro paese dopo aver visitato Gran Bretagna, Spagna e Francia.
Sebbene ci sia della coerenza con quanto raccontato in Midnight in Paris, questa volta i percorsi e i ragionamenti alleniani sulla nostalgia, le illusioni, l’amore e la vita cambiano nuovamente di segno, stabilendo un parallelo inquietante (per noi italiani) con l’immagine della Città Eterna.

Pur lontano dalle senescenze ideologiche di Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni e di altri titoli recenti della filmografia di Allen, To Rome with Love non è però affatto un film (pro)positivo come quello ambientato a Parigi. Al contrario, appare uno dei titoli più mortiferi mai realizzati in carriera dall’autore newyorchese, che trova nell’immutabilità di Roma nei decenni e nei secoli, nel suo esotismo quasi terzomondista, l’emblema di una decadenza molle da abbracciare senza riserve.
To Rome with Love
è un film che, nella sua quasi inspiegabile sciatteria registica, mette chiaramente in scena l’ossessione della morte del suo autore. E non a caso, Allen torna a recitare e si ritaglia il ruolo di un personaggio dai tratti chiaramente autobiografici: quello di un uomo che identifica la pensione con la morte, che non riesce a smettere di lavorare per cercare di sentirsi vivo.
Un film che parla ossessivamente di rovine (fisiche e metaforiche), che contrappone al personaggio dello stesso regista quello di un cassamortaro, che mette in scena attraverso Alec Baldwin un entità fantasmatica, un uomo/ectoplasma ossessionato dai ricordi di passato che (a Roma) è identico al presente (o viceversa).

Non solo loro però. Perché tutti, in questo nuovo film alleniano, sono drammaticamente, tragicamente privi di una qualsiasi spinta verso il futuro. Perché la vita, come la celebrità di personaggi come quello di Benigni o di Albanese, è un’illusione, è effimera, transita. Sic transit gloria mundi.
Allora, quel che rimane da fare, è la messa al bando di ogni idealismo (ché è velleitario, specie nei giovani) e, per converso, la coltivazione di un edonismo cieco e oltranzista, che passa dal cedere a ogni tentazione (anche carnale) e culmina nella soddisfazione materiale data dal denaro: se Alec Baldwin ammette di aver messo da parte le idee giovanili per abbracciare pragmatici e remunerativi opportunismi architettonici (“le cose cambiano”), è Woody Allen stesso a sostenere che non c’è nulla di male a desiderare il denaro, che “i soldi danno un certo piacere”.

Frasi e posizioni, queste, che sembrano quasi ammissioni auto assolutorie del regista, cosciente di aver realizzato un film claudicante, in parte derivativo, nel quale – rispetto alle altre esperienze europee - la coproduzione italiana si fa sentire pesante.
Pesante tanto da innestare nella struttura alleniana, attraverso i corpi ingombranti, riconoscibili e iconici di certi interpreti, stilemi e situazioni del nostro cinema più popolare, che il regista di New York non si spreca nemmeno a sbeffeggiare, tutto concentrato sui suoi patemi e sull’esotismo decadente della Capitale.
Perché non dovete dar corda a coloro che, superficiali, accusano To Rome with Love di essere folkloristico e cartolinesco sul nostro paese.
Primo, perché lo stesso accadde con Londra, Barcellona e Parigi, e non è quello il problema.
Secondo, perché dell’Italia Allen proprio non parla, nonostante alcune boriosamente provinciali letture che vorrebbero leggere della critica sociale in quel che è lì solo per questioni personali e interiori dell'autore.

To Rome with Love
Il trailer italiano del film di Woody Allen


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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