Tiramisù: recensione della commedia di e con Fabio De Luigi

23 febbraio 2016
2.5 di 5
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Il popolare attore per il suo esordio alla regia sceglie una favola dolceamara che procede un po' a singhiozzo.

Tiramisù: recensione della commedia di e con Fabio De Luigi

Antonio è un uomo buono ma mediocre senza interessi culturali e sempre al punto di partenza nel suo lavoro di informatore sanitario. E' sposato con Aurora, una maestra elementare paziente, bella e piena di interessi, capace di preparare uno strepitoso tiramisù. Proprio questo dolce squisito e in apparenza banale diventa il grimaldello con cui lui si inserisce in un grosso giro di commesse milionarie e medici senza scrupoli, finendo per tradire completamente se stesso tanto che la moglie che, esasperata, lo lascia nel momento del suo maggior successo, costringendolo a fare una scelta, in cui lo aiuterà un ex primario incorruttibile.

Siamo sinceramente riconoscenti a Fabio De Luigi per tutte le risate che ci ha fatto fare negli anni e per tutti i personaggi televisivi -  in particolare per Olmo, Medioman e Petunio - con cui ci ha fatto veramente scompisciare. Gli vogliamo sinceramente bene. Qualche volta ci ha divertito anche al cinema dove ha interpretato qualche buon film e non siamo quindi stupiti dal suo desiderio di cimentarsi, dopo tanti anni, in qualcosa di nuovo come la regia cinematografica.

Conoscendo la vita del set, dove a volte i problemi diventano insormontabili se non hai la giusta esperienza e autorità o i collaboratori adatti, ci viene però da pensare che ci sia stato qualche problema in fase di riprese, che qualche sequenza sia stata tagliata al montaggio o non sia stata proprio girata. Perché solo così riusciamo a spiegarci la mancanza di coesione di un film dove si mettono in gioco anche tematiche serie senza portarle fino in fondo e i personaggi restano maschere comiche senza un vero e proprio sviluppo. Anche l'espediente narrativo che dà il via all'azione, lo speciale Tiramisù preparato dalla moglie che permette ad Antonio di entrare velocemente dalla porta principale nel mondo della malasanità, dei milioni, delle promozioni facili e delle tentazioni (quasi) irresistibili, è introdotto in modo troppo frettoloso, senza che il dolce acquisti mai la giusta dimensione magica o metaforica.

Fosse il solito prodotto creato ad hoc per riproporre le gag e i tormentoni del comico televisivo di turno non ci saremmo aspettati niente di più. Ma proprio perché stimiamo De Luigi, che si contorna di attori di qualità anche nei ruoli minori - tanto da lasciarci con la voglia del dottor Galbiati di Pippo Franco e del presidente di Orso Maria Guerrini - non possiamo fare a meno di notare i difetti di una commedia dignitosa e non ruffiana ma che si ferma sempre un momento prima di fare una scoperta interessante, come se temesse di avventurarsi oltre il consueto e il rassicurante canovaccio sentimentale.

Il fatto è che i personaggi che mette in scena De Luigi, soprattutto i peggiori, esistono davvero, li vediamo quotidianamente in tv e sui giornali ma anche per strada, dove strombazzano da macchine enormi che compensano una povertà mentale imbarazzante, griffati ma cafoni, ruffiani coi potenti e aggressivi coi sottoposti, con l'arroganza del successo non dovuto al merito ma alla spregiudicatezza che prima o poi (speriamo) gli si ritorcerà contro. Ma a confronto con un uomo qualunque come il personaggio di Antonio, che è il classico vaso di coccio tra vasi di ferro, troppo tenero per nuotare in mezzo agli squali e troppo idealista e innamorato per non ritrovarsi, sembrano figure di un teatrino dei pupi che escono di scena una volta terminata la loro parte nella rappresentazione.

Ecco, forse un film del genere l'avrebbe dovuto fare qualcuno più cinico e meno innocente, in grado di trasformarlo in una satira sociale graffiante. Ma questo non era certo l'intento di Fabio De Luigi, il cui personaggio ricorda un po' Pinocchio, traviato dalle cattive compagnie ma salvato dal suo gran cuore. Non sappiamo se questa regia resterà o meno una esperienza unica nella carriera dell'attore, ma nel caso decidesse di riprovarci gli suggeriremmo di lavorare maggiormente sulla storia e di provare a tradire se stesso e osare un po' di più, ricorrendo magari all'aiuto di uno sceneggiatore molto diverso da lui.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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