TIR - la recensione del film di Alberto Fasulo

15 novembre 2013
3.5 di 5
3

un viaggio in Europa insieme a un camionista sloveno

TIR - la recensione del film di Alberto Fasulo

Il cinema italiano del reale è in un buon momento.
Negli ultimi mesi le dimostrazioni di ciò si stanno facendo molteplici. Dopo la vittoria del Leone d’oro di Sacro GRA, un altro sguardo lungo il mondo d’asfalto arriva a imporsi. Sarebbe facile ironia definire TIR uno spin-off del primo, ma in fondo neanche troppo. Se nel film di Gianfranco Rosi la strada era solo un limes, che si valicava per conoscere gli abitanti che vivevano oltre, qui tutto quello che c’è intorno alla strada non interessa al documentarista Alberto Fasulo, che si concentra piuttosto su quello che succede all’interno della cabina di guida di un camion. Per farlo assume il punto di osservazione di un uomo sloveno di mezza età, attore che si è finto per mesi camionista, che fa 800 chilometri per andare a lavorare per quattro settimane consecutive.

La fatica di un lavoro massacrante si confonde con la solitudine di chi è angustiato ogni giorno dalla domanda: meglio un lavoro lontano da casa ben pagato, tre volte tanto rispetto al suo precedente come insegnante, o guadagnare meno stando vicino ai propri affetti? Un focolare allora cerca di costruirselo parcheggiando in disparte. Un fornelletto per cucinare, una tanica per lavarsi e magari, nella scena più emozionante del film, una doccia di notte, simbolica, purificatrice, con l’autostrada illuminata in lontananza.

Fasulo si è documentato per anni, finendo per realizzare un film on the road al negativo, filtrato attraverso i vetri del camion, che va avanti nonostante tutto: con la pioggia o col sole, trasportando mele, prodotti alimentari deperibili o maiali. Poco importa. A imporre i ritmi dei camionisti, come fosse una navicella spaziale di un futuro immaginato negli anni ’60, un piccolo computer che decide quando fermarsi o se farsi dare il cambio nei viaggi più lunghi. TIR è un film che racconta chi c’è all'interno di quei minacciosi mostri della strada, che di solito ci suscitano indifferenza o al massimo irritazione quando ci rallentano mentre andiamo in vacanza.

Un film apolide, in cui la delocalizzazione è arrivata fin dentro i confini di Schengen, con i vecchi contratti dei “ricchi” camionisti dell’Europa dell’ovest che si stanno ormai allineando a quelli meno ambiziosi dei “poveri” dell’est. TIR apre uno sguardo di verità sugli abitanti stanchi delle nosre autostrade e dimostra come i confini fra documentario e finzione abbiano sempre meno senso. In un momento in cui il cinema mainstream è sempre più alla ricerca di storie vere per renderle finte, il cinema del reale diventa sempre più importante.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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