The Wolf of Wall Street: la recensione del film di Martin Scorsese

24 gennaio 2014
3 di 5
3

Un film storico e antropologico prima che sociologico, dove il regista trova il desiderio ma manca il bisogno.

The Wolf of Wall Street: la recensione del film di Martin Scorsese

Partiamo dalla fine: The Wolf of Wall Street non è - se Dio vuole - un film sulla finanza.
Non lo è perché, nonostante vada ad indagare le radici dell’attuale crisi economica mondiale e della deriva (a)morale del capitalismo, raccontando gli anni dello yuppismo come un’"American Psycho" senza omicidi, persino con il titolo Martin Scorsese mette in chiaro che la sua non è un’analisi sociologica o economica, ma etnologica e antropologica.
Come peraltro era quella di Ellis.

Che la dissoluzione di Jordan Belfort si applichi alla finanza, è in fin dei conti del tutto accessorio per Scorsese, che non punta il dito come fosse un Occupy Wall Street qualsiasi, ma continua a raccontare della perversione profonda e connaturata all’essere umano, della sua insopprimibile tensione al peccato. La follia del capitalismo è quella dell’animo umano, e non può fare altro che andare di pari passo con gli eccessi del sesso, dell’alcool e della droga, perché è la natura animale dell’uomo a fare della tana dei lupi di Belfort quella che è, e non viceversa.
Jordan, con la sua parabola sbilenca e inquietante, è allora solo il più recente tassello del mosaico umanista che il regista italoamericano va costruendo da fin dai tempi di Toro scatenato, e forse perfino di Taxi Driver: l’ennesimo personaggio scorsesiano che vive di nevrosi e ossessioni, avido di potere, gloria o denaro, incapace di porre un freno alla sua sempre più evidente autodistruzione. L’ennesimo Prometeo che ruba il fuoco per sé finendo con lo scoperchiare il suo personale vaso di Pandora.

Coerentemente con queste fondamenta, The Wolf of Wall Street elabora una serie di suggestioni estetiche e tematiche che abbracciano trent’anni di cinema scorsesiano, alternando le frenesie tossiche di Al di là della vita alle utopiche ossessioni temporali, sentimentali e di potere di Casinò, la capacità di catturare un decennio de Il colore dei soldi con i deliri di onnipotenza di The Aviator, passando per le frenesie e lo humor nero di Fuori Orario, il pathos autodistruttivo di Toro scatenato e molto altro ancora.
Ma Scorsese - che pure architetta una struttura schizofrenica, ricca di cambi di ritmo e di registro che ricalcano gli up e i down del suo protagonista; che spinge a fondo come mai prima sul pedale del grottesco per catturare quello del suo soggetto; che trova dei momenti d’intensità morale - sembra faticare a catturare e fotografare la vera anima di Jordan (forse perché, lui, un’anima non ce l’ha).
Bulimico e frenetico come non era da più di un decennio, il regista si affanna per stare appresso alla sua stessa ricerca dell’eccesso, affascinato dalla strada ma non dalla meta. Sedotto, a suo modo, dal mercato.

Tutto, in The Wolf of Wall Street, gira attorno alla vendita. Tutto è in vendita: le azioni e i corpi, le droghe e la morale, la legalità e l’etica. Perfino l’amicizia.
E tutto ruota attorno al segreto che è alla base di qualsiasi vendita, sapientemente rimarcato nel film: il creare un bisogno, il dare l’illusione di un desiderio.
Jordan è un venditore che ha comprato per sé l’identità cui aspirava, che ha soddisfatto i desideri creati per lui da altri. Un lupo che, anche quando perde il pelo e tutto ciò che ha, non perde il vizio; un criceto che corre ossessivamente sulla ruota di un sistema che lui stesso contribuisce a far girare.
E anche Scorsese vende: vende il suo film, mette in scena un cinema che scatena il desiderio del cinema stesso, di quello che non c’è più (con i suoi eccessi, con i nudi ostentati, con la scorrettezza politica sbattutta in faccia), ma dimentica la necessità di creare un bisogno. Perché, va bene, l’andare all’origine (?) degli squilibri di oggi, ma il ragionamento scorsesiano è stato declinato in maniera più obliqua e più efficace già negli anni Novanta. E l’antropologia di un personaggio in costante fibrillazione allucinata non è esattamente materia nuova.

Trovate e spunti ce ne sono (la cocaina come gli spinaci di Braccio di Ferro), ma a The Wolf of Wall Street manca l’elemento chiave: il bisogno e la sua creazione. L’urgenza stabile e duratura di raccontare, interrogare, stimolare. Alla fine della giostra alle domande urlate e ossessive di Jordan e di Scorsese, il film non sa dare risposta, come non sanno rispondere gli uditori finali di Belfort.
Quella penna di quasi tre ore di un DiCaprio strafatto, erotomane, sopra ogni rigo, sempre estroflesso poiché non sa affrontare il vuoto della sua introflessione, non sappiamo allora come venderla.
Sì, è bella, è elegante, funziona bene: ma non (ci) crea nessun reale bisogno di possederla.

 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
Suggerisci una correzione per la recensione
Palinsesto di tutti i film in programmazione attualmente nei cinema, con informazioni, orari e sale.
Trova i migliori Film e Serie TV disponibili sulle principali piattaforme di streaming legale.
I Programmi in tv ora in diretta, la guida completa di tutti i canali televisi del palinsesto.
Piattaforme Streaming
lascia un commento