The Velvet Underground, la recensione: il documentario di Todd Haynes su una delle band più influenti della storia del rock

08 luglio 2021
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Presentato Fuori Concorso al Festival di Cannes 2021 The Velvet Underground, doc sulla band di Lou Reed e John Cale, nata sotto il segno di Andy Warhol e di un'avanguardia artistica ottimamente rievocata da Haynes (che dedica il film a Jonas Mekas). Prodotto da Apple, debutterà prossimamente in streaming su Apple TV+.

The Velvet Underground, la recensione: il documentario di Todd Haynes su una delle band più influenti della storia del rock

Ha raccontato, a modo suo, il glam e David Bowie in Velvet Goldmine, e Bob Dylan in Io non sono qui. Ora per Todd Haynes è la volta di parlare di un'altra pagina fondamentale nella storia del rock: quella scritta a tinte cupe e intense dai Velvet Underground. E questa volta, non lo fa più attraverso una rielaborazione narrativa, ma utilizzando - benissimo, non poteva essere altrimenti - gli strumenti del documentario.
Il film, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2021 - si chiama semplicemente The Velvet Undergroud: ma prima che si inizi a parlare della band, Haynes si prende tutto il tempo necessario per spiegare nel dettaglio le premesse di quella musica. Per raccontare il clima culturale incandescente della New York della metà degli anni Sessanta, e la giovinezza e i primi passi artistici di quelli che dei Velvet Underground sono stati i veri geni cervelli artistici: Lou Reed (che a Haynes aveva in qualche modo ispirato il personaggio interpretato da Ewan McGregor in Velvet Goldmine) e John Cale.
Certo, Haynes non dimentica ovviamente di parlare di Sterling Morrison e Maureen Tucker, o di Nico o Doug Yule. E dedica largo spazio - come non avrebbe potuto essere altrimenti - a colui che ha tenuto a battesimo la band e le ha fornito un imprinting fondamentale, Andy Warhol, e alla corte che lo circondava alla leggendaria Factory, ma nel suo documentario è ben chiaro che la storia dei Velvet Underground è stata quella dell'incontro e dello scontro tra questi due enormi musicisti (con Reed che ne esce non proprio benissimo, ritratto senza tentazioni agiografiche come l'uomo impossibile e tormentato che è stato).

Tra testimonianze di Cale, Tucker, Mary Woronov, La Monte Young e Jonathan Richman, giusto per citarne alcuni, in The Velvet Underground Haynes lavora sul racconto, dettagliando la cronologia della band, sfiorando ma mai ignorando molti nodi critici, e se ci sono omissioni non sono sostanziali. 
Quel che conta, nel suo film, è però prima di tutto l'aspetto formale, che Haynes ha curato ossessivamente, e non per vezzo o smania autoriale. Semplicemente - si fa per dire - lavora sugli straordinari materiali di repertorio che ha avuto a disposizione per replicare nella forma del suo film quella spinta iconoclasta e avanguardista che veniva da Warhol, certo, ma non solo, e che mescolava musica, cinema, poesia, arti figurative e performative. Ovvero, il territorio culturale (e non contro-culturale, come si ricorda nel film) che è stato alle fondamenta della nascita e dell'esperienza tutta dei Velvet Underground.
Non a caso, il film è dedicato a Jonas Mekas, che è anche un'altra delle sue talking heads.


The Velvet Undeground affascina, coinvolge e a tratti trascina con la sua energia. E, in alcuni momenti, è anche molto divertente: come in alcuni passaggi della rievocazione della formazione artistica di Cale, o del racconto di quando gli oscuri e newyorkesi Velvet Undeground si scontrarono per la prima volta con la solare West Coast della Summer of Love, suscitando nella band di Reed e Cale scintille di rabbia e sarcasmo che sono oggi esilaranti e liberatorie.

The Velvet Underground
Trailer Ufficiale del Film - HD


  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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