The Rum Diary - la recensione del film con Johnny Depp

24 aprile 2012
2.5 di 5

Trasposizione molto infedele del primo romanzo semiautobiografico di Hunter S. Thompson, fortemente voluta dall'amico ed erede spirituale Johnny Depp


E' davvero singolare come dall'incontro tra personalità eccezionali nascano a volte opere che non sono all'altezza di nessuna di loro. Non che The Rum Diary sia un brutto film, tutt'altro, ma l'intento di Johnny Depp, chiarissimo, di rendere omaggio al suo secondo mentore (dopo Marlon Brando) onorando un impegno preso con lui, finisce per tradire lo spirito e il senso di un'opera prima che lui stesso ha contribuito a far pubblicare.
Hunter S. Thompson era un individuo geniale ed estremo, giornalista e scrittore straordinario, creatore di un nuovo stile (il famoso gonzo journalism) che ibridava arte e vita in un mix indistinguibile e inimitabile.
Come sa chi ha letto i suoi libri (memorabili i reportage sugli Hell's Angels e sulla campagna elettorale americana), o ha visto Paura e delirio a Las Vegas , Thompson (modello per il personaggio di Duke in "Doonesbury" di Garry B. Trudeau) era sempre stato estremamente critico dell'establishment, e ha vissuto tutta la sua vita in un mondo in cui lo spirito libertario e la controcultura delle droghe e dell'inchiesta giornalistica convivevano con una bizzarra fascinazione per le esplosioni, i cannoni e le armi da fuoco. Nel 2005, malato e stanco dopo una vita vissuta al massimo, proprio con una pistola mette fine alla propria vita nella sua residenza fortificata in Colorado e Johnny Depp adempie alle sue ultime volontà, facendo costruire un apposito cannone con cui vengono sparate in cielo le sue ceneri durante una gioiosa cerimonia.

E proprio Depp è l'artefice del ritrovamento del primo romanzo inedito di Thompson, "The Rum Diary", in cui la voce dell'autore è ancora acerba, e che forse per questo è stato dimenticato in un cassetto. Thompson si fa contagiare dall'entusiasmo dell'amico e lo pubblica. Si tratta di un libro interessante, in cui si parla soprattutto di giornalismo, di personaggi che vivono in una perenne festa mobile, di un uomo che a trent'anni è combattuto tra desiderio di stabilità e voglia di ripartire da zero.

Bruce Robinson, regista del bellissimo Shakespeare a colazione e autore dell'affascinante romanzo "The Peculiar Memories of Thomas Penman", sembra la scelta ideale per portarlo sullo schermo, tanto che Depp e Thompson ne parlano. Purtroppo, però, Hunter decide di andarsene prima, e Depp sceglie di trasformare la trasposizione del libro in un omaggio al suo autore. Robinson, autore della sceneggiatura, elimina il personaggio del giornalista Yeoman, che nel libro sta con la bella Chenault, e lo fa confluire nel faccendiere Hal Sanderson, trasforma il giovane fotografo Robert Sala in un uomo di mezza età che alleva galli da combattimento, fa di Chenault la donna di Sanderson, e dello svedese Moberg un grottesco relitto umano. Cambia il finale, dà al film e al personaggio un profumo da "Grande Gatsby" nella storia d'amore, e dipinge Kemp come un combattente idealista. Del resto lo stesso Robinson confessa che nello script sono rimaste forse tre parole scritte da Thompson.

Ed è un peccato, perché a parer nostro queste scelte banalizzano la storia, nonostante i molti elementi positivi del film, girato in super 16 millimetri. Tra i pregi di questa pellicola ci sono la bellezza della ricostruzione, la fotografia, e gli attori (tutti perfetti): Aaron Eckhart ha l'aria giusta da ricco e spregiudicato squalo capitalista, Amber Heard è bellissima e credibile nei panni di Chenault, Michael Rispoli dà al suo Sala il sapore della verità, Giovanni Ribisi è bravissimo nei panni dello scoppiato filonazista Moburg e Richard Jenkins è forse il più aderente al personaggio originale nel ruolo del caporedattore Lotterman, ambiguo e perennemente sull'orlo di una crisi di nervi.

Ma in The Rum Diary resta comunque qualcosa di Thompson, che purtroppo il pubblico italiano - che vedrà il film doppiato - non potrà apprezzare: Johnny Depp riproduce in un tour de force memorabile il modo di parlare, i gesti, le espressioni dell'amico che aveva già interpretato nei suoi anni più maturi in Paura e delirio a Las Vegas. E' lì che l'eroe della vicenda vive davvero, nel cuore e nella memoria di un uomo che gli ha voluto davvero bene, e che cerca di riportarlo in vita per tutti, ancora giovane e bello, con la forza della sua arte.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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