The Rider: recensione del western contemporaneo di Chloé Zhao su un giovane asso del rodeo

27 agosto 2019
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Un infortunio lo porrà di fronte al rischio di rinunciare ai suoi sogni e di dedicarsi alla famiglia.

The Rider: recensione del western contemporaneo di Chloé Zhao su un giovane asso del rodeo

C’è un momento intimo, in cui ogni sera il cavallo e il suo rider si ritrovano per una spazzolata che sa di coccola, a concludere le cavalcate della giornata, appena dopo il tramonto, quando la luce che si allunga sulle sterminate pianure è virata al blu. Permetteteci di lasciare in originale il termine, rider, con cui in certe parti d’America si definisce qualcosa in più di un cavallerizzo, visto il rapporto simbiotico che porta a sincronizzare perfino il respiro, fra un cavallo selvaggio e chi l’ha cavalcato per la prima volta. A maggior ragione per come si vedono le cose nella riserva indiana del Sud Dakota in cui è ambientato il secondo film della cinese più amata dall’indie americano: Chloé  Zhao. Il giovane cowboy Brady, asso del rodeo e idolo dei bambini locali che sognano di domare un cavallo, lo conosciamo quando è già disarcionato, ferito alla testa, con una placca di ferro che porta con sé una sentenza che non vuole accettare: fine della carriera. 

The Rider ci pone di fronte al momento in cui un sogno americano si spezza. Come altre volte per uno sportivo, magari una grande promessa del football che si gioca la carriera con un infortunio grave al ginocchio, qui Brady smarrisce il suo posto nella società in cui vive. Una rielaborazione dell’immaginario western in chiave contemporanea, in cui i valori tutti maschili di amicizia virile e affermazione della propria mascolinità sono ancora al centro di un mondo in crisi, in cui le fragilità sempre più intaccano un’apparenza immutabile.

Brady è come un cavallo ferito in una trappola, “solo che sono un uomo e devo sopravvivere, non vengo abbattuto”, come dice alla sorella, malata della sindrome di Asperger. Proprio la sua situazione, come quella del padre col vizio del gioco, sembrano spingerlo per un’accettazione della sua condizione di ex atleta. Come riuscire a superare i suoi sogni, perdere la sua identità per rimettersi in gioco, aumentando il trauma dell’incidente, psicologico oltre che fisico? Ogni rodeo può essere l’ultimo, come Brady sa bene. Ci vuole incoscienza a scegliersi una carriera così, ma fa parte del fascino di chi “vive la propria vita 8 secondi alla volta”. A loro Chloé Zhao dedica il suo film, mentre a Brady noi spettatori ci affezioniamo sempre di più. Dietro alla maschera dura si nasconde un giovane premuroso e pieno di amore per il suo “fratello maggiore” Lane, grande specialista del rodeo in riabilitazione dopo una cavalcata meno fortunata. 

Il film è interpretato da Brady stesso, racconta la sua storia che ha subito colpito la Zhao, insieme alla sua famiglia e ai suoi amici della riserva di Pine Ridge. Tutti attori non professionisti per un piccolo gioiello che seduce per l’umanità di una toccante parabola sulla difficoltà di un mondo antico come quello dei cowboy nel sopravvivere oggi. Un mondo in cui le sfumature sostituiscono le certezze granitiche, delineando un ritratto ruvido, onesto e struggente di uno dei tanti angoli nascosti dell’America, uno di quelli in cui il suo immaginario è nato e si è sviluppato.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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