The Report: la recensione del film con Adam Driver sulla vera storia di Daniel Jones e del Torture Report

18 novembre 2019
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Il film sarà nelle sale il 18, 19 e 20 novembre e debutterà in streaming su Amazon Prime Video il 29 dello stesso mese.

The Report: la recensione del film con Adam Driver sulla vera storia di Daniel Jones e del Torture Report

A dispetto delle molte analogie tra allora e oggi, in giro una controcultura in grado di fare la sua rivoluzione non la si vede (purtroppo). Ma rimane il fatto che in questi anni, nei quali si è combinata la tempesta perfetta dell'esclation terrorista prima, della crisi finanziaria poi, e dell'emergere del populismo ai quattro angoli del pianeta dopo ancora, e che in estrema sintesi sono gli anni della crisi della democrazia rappresentativa occidentale così come la conosciamo, il cinema americano è andato a recuperare quello spirito di denuncia liberal che vedevamo così agguerrito nei travagliati Seventies.
È in questo filone che si va a inserire The Report, cine-cronaca della travagliata vicenda che circondò il cosiddetto Torture Report, il documento di oltre 7000 pagine redatto da Daniel J. Jones per conto della senatrice democratica Dianne Feinstein nel quale venivano denunciate le pratiche illegali e disumane attuate dalla CIA per i suoi interrogatori all'indomani dell'11/9. E non sorprende che a dirigerlo ci sia Scott Z. Burns, che è stato lo sceneggiatore di Steven Soderbergh (qui passato alla produzione) in film come The Informant!, Contagion, Effetti collaterali e soprattutto l'ultimo Panama Papers, e che ha prodotto il documentario sul clima Una scomoda verità.

I luoghi di The Report sono quelli del potere statunitense, separati e in conflitto tra loro: il Senato, le commissioni, la Casa Bianca, la sede della CIA a Langley.
Attraverso questi luoghi, corpo integrato eppure estraneo già nel suo formato fuori taglia e irregolare, si muove Adam Driver, che interpreta Jones, e che mette la sua fisicità così particolare al servizio della storia e della psicologia del suo protagonista, che pare muoversi in maniera alternativamente goffa, tagliente e dirompente, lungo corridoi e stanze asettiche, di fronte e di lato a figure tutte uguali, caratterizzare dal grigio e mimetico anonimato della diplomazia politica, dell'opportunismo elettorale, dell'omissione tattica di questo o quel dettaglio.
Illuminato (quasi) sempre da neon impietosi, circondato da pile di scartoffie e documenti, con la lunga schiena sempre dritta anche quando curva sulle carte, il Jones di Adam Driver (molto bravo, come Annette Bening nei panni della senatrice Feinstein: ma in fondo non ci si aspettava diversamente) si dibatte e si agita quasi solo internamente, e non a caso trova la chiave per risolvere l'impasse del suo rapporto nell'unica altra figura non del tutto organica al potere istituzionale di Washington, un giornalista del New York Times che si differenzia non per fisicità, ma per scontato abbigliamento.

La storia è vera, i meccanismi di avanzata e ritirata del rapporto, le frizioni tra i poteri e i dissidi tra funzionari ritratti da Burns in maniera fin troppo pedissequa. Così come scontati certi riferimenti finali ai principi e alle figure cardine della democrazia a stelle e striscie.
Rispetto ai modelli di una volta, ma anche molti analoghi contemporanei, a The Report manca un po' di passione, un po' di cinema. Perché se afflato liberal dev'essere, che almeno lo sia con passione, pathos e perfino un po' di retorica. Il film di Burns, invece, è corretto e preciso ma tutto sommato anche troppo imploso e burocratico, un po' incerto e tardivamente coraggioso, proprio come il suo protagonista.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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