The Program: recensione del film su Lance Armstrong diretto da Stephen Frears

05 ottobre 2015
3.5 di 5
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Ciclismo, Tour de France e doping per parlare di molto altro.

The Program: recensione del film su Lance Armstrong diretto da Stephen Frears

Una ventina di film girati in una trentina d'anni, che vanno a comporre una filmografia eterogenea in quanto a temi e contenuti ma piuttosto compatta, e orientata verso l'alto, dal punto di vista qualitativo. Non sorprende che Stephen Frears, con sorriso beffardo ma senza scherzare troppo, dica di avere  la grande fortuna di non essersi mai considerato un autore: ma, autore o non autore, quello che è evidente per tutti è che l'inglese è un abilissimo narratore di storie, un grande affabulatore, uno che racconta personaggi e mondi facendoti entrare lì dentro con tutte le scarpe.
La grande forza di The Program, un film che se lo si guarda con distanza critica, o semplicemente a distanza, non ha nulla di sconvolgente o innovativo, sta tutta lì. Lì e, ovviamente, nella storia che racconta.

Che si tratti della Parigi del Settecento, dell'ambiente dei feticisti del vinile, dei backstage di un albergo di lusso o di Buckingham Palace, Frears dà sempre l'impressione di non aver bazzicato altri ambienti di quelli che racconta: e il Tour de France non fa eccezione.
The Program ricrea un mondo, quello del ciclismo, con impressionante verosimiglianza; riassume in 103 agili minuti di durata una vicenda, anche complessa, che è andata dai primi anni Novanta al 2012, riuscendo a dare conto della prospettiva di Lance Armstrong come di quella del giornalista David Walsh (autore del libro sul quale il film è basato, “Seven Deadly Sins: My Pursuit of Lance Armstrong”), e dando spessore anche a personaggi apparentemente solo di contorno come il dottor Michele Ferrari (ruolo affidato curiosamente a un attore francese, Guillaume Canet) o il ciclista Floyd Landis.

Merito anche della sceneggiatura di John Hodge, certo, e soprattutto della grande intensità - quella sì fuori dall'ordinario - di Ben Foster nei panni del ciclista. Ma la mano che tesse l'intreccio è chiaramente quella di Frears, anche e sopratutto nella voglia di farti precipitare nei dettagli affinché tu possa tornare sempre a vedere il grande insieme, la big picture: come in una di quelle GIF animate che trovi oggi anche su Facebook, quelle dove entri dentro una finestra, e di lì dentro un quadro e dal quadro torni al panorama iniziale perché è quello l'oggetto del dipinto.
Solo che, più The Program precipita dentro i dettagli della storia di Armstrong e dello specifico del ciclismo – con i dettagli sul doping, le tappe del tour, il senso dei ciclisti per il branco e il branco dei giornalisti sportivi che rigetta chi non ulula alla luna con lui - , più diventa chiaro che, a Frears, di Armstrong e del ciclismo in quanto tali non frega un fico secco.

La narrazione di Frears è epica e archetipica, e come tutte le narrazioni epiche e archetipiche è universale, capace di essere letterale ma anche di parlare di grandi temi. E i grandi temi di The Program sono quelli della verità e dell'inganno, declinati ad hoc in un mondo e una società dove le regole dei media e quelle dello star system (che è business e niente più) sembrano voler abbattere ogni distinzione, enfatizzare l'effimero, consolidare le apparenze secondo le regole più basilari delle esigenze dello spettacolo e del profitto.
A Frears, insomma, interessa la truffa, il silenzio interessato e omertoso di chi l'ha coperta o avallata ignorandola,  la lotta di chi ha lottato invano per smascherarla e le motivazioni per cui il coperchio sul vaso di Pandora è saltato. Non avesse raccontato Lance Armstrong, probabilmente, oggi vorrebbe raccontare lo scandalo Volkswagen: e lo farebbe con la magnifica abilità di narratore di cui dispone, proprio come in The Program.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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