The Possession - la recensione dell'horror di Ole Bornedal

22 ottobre 2012
2.5 di 5
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Prodotto da Sam Raimi, ricorda L'esorcista per molti aspetti: mette al centro della vicenda una famiglia divisa e in pieno conflitto e una ragazzina di 11 anni come vittima della possessione.

The Possession - la recensione dell'horror di Ole Bornedal

Ci sono film che segnano l'immaginario cinematografico e diventano l'inevitabile pietra di paragone con cui i suoi diretti epigoni si confrontano. E' il caso di L'esorcista di William Friedkin, apripista del filone demoniaco. Prima di lui, nessuno aveva rappresentato un vero esorcismo cattolico sullo schermo, e soprattutto nessuno aveva mai osato mostrare il corpo ingenuo di una ragazzina sfigurato dal Male. A lui si è rifatta una miriade di pellicole che ne ha copiato spesso solo gli effetti speciali senza però riprodurne l'anima. Quasi 40 anni dopo, il confronto con gli emuli è sempre impietoso.

The Possession, prodotto da Sam Raimi, lo ricorda per molti aspetti: mette al centro della vicenda una famiglia divisa e in pieno conflitto e una ragazzina di 11 anni come vittima della possessione. Inoltre, come il capostipite e altri film di genere recenti,  dichiara di aver preso ispirazione da una storia vera.

All'origine della storia c'è infatti una scatola per Dybbuk (anima sospesa in una specie di limbo e in attesa di reincarnarsi in un ospite vivente), che nel 2004 il possessore avrebbe messo in vendita su eBay col suo misterioso contenuto, e su cui un giornalista del Los Angeles Times scrisse un articolo. Con una bizzarra operazione di “reverse marketing”, per invogliare eventuali acquirenti il venditore descriveva in dettaglio i malefici effetti della scatola, dalla caduta dei capelli a malattie, incubi e voci misteriose che perseguitavano tutti i suoi proprietari, lui incluso.
La storia è suggestiva, e la variante ebraica del mito (già affrontata per altro nell'horror Il mai nato) è anche l'unico aspetto originale del film.

Ad una bella apertura, e a una prima parte che riesce a costruire una certa angoscia e suspense nello spettatore, succede infatti il prevedibile climax dell'esorcismo (improvvisato dal figlio di un rabbino chassidico nella più improbabile delle location), che riproduce addirittura la scena dell'aggressione di padre Karras al demone (“prendi me!”) per concludere col finale “a sorpresa” classico delle storie di paura.

La regia di Ole Bornedal, conosciuto principalmente per la versione danese e il remake americano di Il guardiano di notte negli anni '90, è funzionale alla storia e sa mettere a frutto al meglio, anche con la cura che riserva alla fotografia e agli effetti speciali, le poche risorse che ha a disposizione. Tra i punti di forza del film c'è l'intensa e credibile interpretazione della piccola Natasha Calis. Gli altri personaggi sono appena abbozzati quando non mal riusciti, come nel caso del povero dentista, e gli attori principali si impegnano a dare il minimo sindacale. Non è tutto da buttare in questo film, di cui ci sono piaciute le atmosfere e la premessa, ma deve esserci qualche problema se il suo asset migliore a conti fatti risulta essere proprio la scatola per Dybbuk. Legnosa, è vero, ma decisamente espressiva.





  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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