The Place: la recensione del film corale di Paolo Genovese tratto da una serie tv americana

05 novembre 2017
2.5 di 5
69

Presentato in chiusura della Festa del cinema di Roma 2017.

The Place: la recensione del film corale di Paolo Genovese tratto da una serie tv americana

L’unità di luogo sembra diventata una sfida particolarmente apprezzata da Paolo Genovese che, dopo l’appartamento in cui un gruppo di amici trascorrono una sera scambiandosi pubblicamente i cellulari in Perfetti sconosciuti, torna nel suo nuovo film in un bar anonimo come il titolo : The Place

Ispirandosi molto fedelmente alla serie americana The Booth at the End - nata per il web -, specie nei dialoghi, ha cambiando pochi personaggi e trovato un finale che intrecciasse maggiormente le varie storie. Il tutto, però, senza italianizzare le dinamiche, lasciandole volutamente sospese, come lascia intuire il titolo. Tanto che il protagonista è un uomo, genericamente, interpretato da un ottimo Valerio Mastandrea, seduto sempre nello stesso tavolo in un bar come se ne vedono tanti in tutto il mondo. Sfoglia un grosso quaderno di pelle nera e nel corso del film riceve undici persone, tutte più o meno disperatamente in cerca di aiuto. Lui glielo darà, ma solo in cambio di un’azione, spesso eticamente discutibile. Azione e reazione, in un patto faustiano imposto da chi “crede nei dettagli”, ma in fondo vorrebbe aiutare anche di più i suoi “clienti”, come dimostra la consueta faccia dolente di Mastandrea.

Se in Perfetti sconosciuti era la conoscenza di chi abbiamo intorno e amiamo ad essere messa in dubbio, in The Place l’indagine è tutta introspettiva, in cerca di una risposta alla domanda su fino a dove saremmo pronti a spingerci moralmente se qualcosa o qualcuno a noi molto caro venisse messo a rischio. Un soggetto interessante, non totalmente originale, ma connaturato alla natura stessa dell’uomo. Undici discepoli, non sempre docili e spesso ribelli, che dialogano con chi potrebbe essere un angelo, un diavolo, ma anche semplicemente uno specchio che ci lascia soli nei confronti di dilemmi morali eterni. Per farlo Genovese si affida alla parola, (ri)portandola al centro del racconto, compiendo in questo modo un lavoro più vicino al teatro che al cinema. Se ultimamente si dice molto, talvolta a sproposito, come siano le serie tv il nuovo cinema di qualità, The Place recupera una serie statica come una pièce teatrale, non riuscendo più di tanto a movimentarne le dinamiche in maniera da renderla compiutamente cinematografica. Le cose più belle del film, in sostanza, sono pressoché tutte presenti nella serie.

Ci sembra che questa storia abbia maggior senso in una visione domestica, in cui è più facile superare una prima parte introduttiva in cui si rimane un po’ spaesati, in attesa di capire dove la storia voglia andare a parare. Se il cinema vuole spingere il pubblico a uscire di casa, e sospendere per due ore la visione televisiva e streaming, ci vuole qualcosa di diverso, almeno a livello di esperienza di visione. 
Genovese rimane un buon direttore di attori, qui convincenti quasi in blocco, su tutti il citato protagonista Mastandrea, oltre a Giula Lazzarini, Rocco Papaleo e un redivivo Silvio Muccino.



  • critico e giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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